10 febbraio 2012

Che cos'è la storia della fotografia e le origini del mezzo fotografico, da Aristotele a Niépce


Che cos'è la storia della fotografia?

La storia della fotografia descrive le vicende che portarono alla realizzazione di uno strumento capace di registrare il mondo circostante grazie all'effetto della luce, una definizione esatta ma limitante, perché secondo me non è la storia della macchina fotografica ma della FOTOGRAFIA, quindi anche dei vari generi fotografici, dei movimenti artistici e culturali, dei grandi maestri e di tutti coloro che fino ad oggi hanno dato un importante contributo a questo bellissimo mondo.

La fotografia nasce dall'osservazione, dallo studio e dall'applicazione di un fenomeno fisico e di un fenomeno chimico, legati rispettivamente al comportamento ed all’azione della luce.

Quando un raggio luminoso entra in un luogo buio attraverso un’apertura di dimensioni molto piccole, proietta all’interno l’immagine rovesciata della realtà esterna; tale fenomeno era noto dall’antichità, tanto che alcuni testi fanno iniziare la storia della fotografia da Aristotele, uno dei primi a compiere osservazioni ed esperimenti specifici sul comportamento dei raggi luminosi, osservò che la luce, passando attraverso un piccolo foro, proiettava un'immagine circolare. Lo studioso arabo Alhazen Ibn Al-Haitham giunse, (prima del 1039), alle stesse conclusioni, definendo la scatola nella quale tutte le immagini si riproducevano con il termine "camera obscura"

Subito dopo il Mille il fenomeno viene studiato e descritto da eruditi arabi e nella seconda metà del tredicesimo secolo dal fisico inglese Roger Bacon. Nel quattordicesimo secolo, prima il messinese Francesco Maurolico (Photismi de lumine et umbra) e poi Leonardo da Vinci (nella raccolta di scritti conosciuta come Codice Atlantico) spiegano il funzionamento della camera oscura e parallellamente quello dell’occhio.

Il testo di Leonardo in particolare, letto oggi, risulta molto significativo in relazione a quelle che saranno le caratteristiche dell’apparecchio fotografico:

La sperientia che mostra come li obbietti mandino le loro spetie over similitudini intersegate dentro all’ochio nello umore albugino si dimostra quando per alcuno piccolo spiraculo rotondo penetrano le spetie delli obbietti alluminati in abitatione fortemente oscura; allora tu riceverai tale spetie in una carta bianca posta dentro a tale abitatione alquanto vicina a esso spiraculo e vedrai tutti li predetti obbietti in essa carta colle lor propie figure e colori, ma saran minori e fieno sotto sopra per causa della detta intersegatione li quali simulacri se nascierano di loco alluminato dal sole paran propio dipinti in essa carta, la qual uole essere sottilissima e veduta da riverscio, e lo spiracolo detto sia fatto in piastra sottilissima di ferro.

In basso un'immagine realizzata da Leonardo da Vinci durante i suoi studi sul comportamento della luce e sul funzionamento dell'occhio umano.


Nello stesso periodo hanno inizio gli studi di ottica finalizzati alle applicazioni sulla camera oscura.

Quest’ultima viene realizzata in varie forme, la più comune delle quali è una specie di scatola costruita in legno, dotata su un lato di un minuscolo foro di ingresso della luce praticato in un sottilissimo foglio di metallo (foro stenopeico) e recante sul lato opposto un vetro smerigliato su cui osservare l’immagine.

La camera oscura è diventata uno strumento: viene utilizzata nel Rinascimento per proiettare, su pareti o su tele, le tracce che servono per realizzare disegni o dipinti.

Ne fa uso un pittore come Raffaello e nei secoli successivi la utilizzeranno altri artisti (Canaletto, Vermeer) e in genere coloro che si trovano nella necessità di riprodurre paesaggi e prospettive nella maniera più fedele possibile.

Girolamo Cardano

Lo scienziato e filosofo italiano Girolamo Càrdano verso la metà del 1500 applica alla camera oscura una lente biconvessa in sostituzione del foro stenopeico, in modo da concentrare i raggi luminosi e migliorare in tal modo nitidezza e qualità dell’immagine.

Dopo pochi anni (1569), il veneziano Daniele Barbaro, professore dell’università di Padova, dimostra che l’applicazione di un diaframma di diametro inferiore a quello della lente migliora la qualità dell’immagine.

Daniele Barbaro

Sempre a proposito di lenti va ricordato che nel 1609 Galileo progetta e costruisce il telescopio.

Nel 1646, ad Amsterdam, Athanasius Kircher costruisce una camera oscura gigante da disegno.

Le sue dimensioni sono tali che l’artista ed un suo aiutante possono lavorarvi dentro.

Kircker intuisce poi che il fenomeno della camera oscura può avvenire anche in senso opposto, cioè in proiezione, e ha l’idea della cosiddetta “lanterna magica”, un proiettore di immagini abbastanza simile a quello che sarà l’ingranditore per negativi, precursore del proiettore di diapositive e di film.

Athanasius Kircher - Lanterna Magica
Un ulteriore perfezionamento è opera, nel 1657, di Kaspar Schott, che costruisce una camera oscura composta da due cassette scorrevoli una dentro l’altra, dotate cioè di una possibilità di movimento che consente di variare la distanza fra la lente ed il piano di proiezione e quindi di mettere a fuoco.

Questo sistema continuerà ad essere utilizzato anche dopo la nascita della fotografia e sarà superato soltanto dall'introduzione del soffietto nella seconda metà del 1800.



Prendiamo in considerazione il fenomeno chimico di cui si è detto all’inizio. Era già noto agli alchimisti del tardo Medioevo che alcune sostanze annerivano o comunque cambiavano di colore in determinate situazioni.

Il fenomeno però risultava di difficile gestione perché non erano state chiarite le condizioni in cui il medesimo si verificava.

Ancora nel corso del XVII secolo, il noto scienziato irlandese Robert Boyle riteneva che l’annerimento che il clorato d’argento subisce in certe situazioni fosse determinato dall'esposizione all'aria e non alla luce.



Il primo a verificare con metodo sperimentale che l’annerimento di certe sostanze era dovuto alla loro fotosensibilità fu il chimico tedesco Johann Heinrich Schulze, professore di anatomia all’università di Altdorf, durante alcuni esperimenti con carbonato di calcio, acqua regia, acido nitrico e argento, scoprì che il composto risultante, fondamentalmente cloruro d'argento, reagiva alla luce.

Si accorse che la sostanza non si modificava se esposta alla luce del fuoco (ortocromatismo, contrapposto a pancromatismo ), ma diveniva rosso scura se colpita dalla luce del sole, esattamente come per la maggior parte delle pellicole e carte in bianco e nero diffuse fino alla prima metà del 1900 e basate sugli alogenuri argentici non modificati.

Nel 1725 ripeté l'esperimento riempiendo una bottiglia di vetro che, dopo l'esposizione alla luce, si scurì solo nel lato illuminato. A scopo di verifica e di conferma applica alla bottiglia sagome ritagliate nella carta, oppure foglie, osservando che al momento della loro rimozione è apparsa sul composto la sagoma chiara dell’oggetto applicato.

Naturalmente l’immagine della sagoma è temporanea, in quanto l’esposizione alla luce ne provoca in breve tempo il progressivo annerimento.

Chiamò la sostanza scotophorus, portatrice di tenebre. Una volta pubblicati, gli studi di Schulze provocarono fermento nell'ambiente della ricerca scientifica.

Alcuni anni più tardi, gli esperimenti del fisico italiano Giovanni Battista Beccaria provano in maniera definitiva che il fenomeno dell’annerimento è riferibile alle sostanze che contengono sali d’argento e che quindi è quest’ultimo elemento ad essere caratterizzato dalla proprietà di essere sensibile alla luce.

Inoltre scrisse un saggio su come utilizzare la camera obscura per aiutare nel disegno. L'immagine delle persone (situate al di fuori della camera oscura) veniva proiettata sulla tela posta al suo interno insieme al pittore (la camera oscura era una stanza piuttosto grande in questo caso) che cercava di ricopiarla.

Il metodo è molto simile a quello che è stato utilizzato nel disegno Retroscope nel settore dell'animazione all'inizio del ventesimo secolo. Il processo di utilizzo della camera oscura spaventava il popolo e Giovanni Battista dovette abbandonare l'idea dopo essere stato arrestato e processato con l'accusa di stregoneria.

Un tentativo di applicare praticamente il fenomeno della fotosensibilità per ottenere immagini viene attuato da Thomas Wedgwood, figlio di Josiah Wedgwood ed erede dell’omonima dinastia di ceramisti britannici.


Thomas Wedgwood

Thomas Wedgwood

Studente all'università di Edinburgo, sul finire del XVIII secolo effettua numerosi esperimenti utilizzando il nitrato d’argento per sensibilizzare dei fogli di carta ed ottenere su questi le sagome di oggetti appoggiati, in analogia a quanto già tentato da Schulze.

Realizza delle impronte chiare su carta o su cuoio, ma le stesse risultano osservabili soltanto alla fiammella di una candela in quanto la piena luce le fa inesorabilmente scomparire.

E’ costretto ad interrompere gli esperimenti a causa delle sue precarie condizioni di salute, che nel 1805, a soli trentaquattro anni, lo porteranno alla morte.

Nel 1802 il suo amico Sir Humphry Davy descrive i risultati ottenuti nel saggio Account of a Method of Copying Paintings upon Glass che viene pubblicato sul “Journal of the Royal Institution of Great Britain”.

Nello scritto viene specificato che Wedgwood non è ancora riuscito ad escogitare il metodo per interrompere il processo di annerimento, cioè per desensibilizzare la zona della carta non raggiunta dalla luce, anche se di recente l’esame di documenti facenti parte della corrispondenza dello stesso Wedgwood con James Watt ha portato alcuni a ritenere che ciò sia invece avvenuto.

Doveva tenersi il 7 aprile 2008 da Sotheby's ma l'asta è stata rinviata. Si tratta di un foglio di carta attribuito a Thomas Wedgwood con impressa una foglia d'albero. Finora si pensava che fosse un "disegno fotogenico" di Talbot ma una piccola W impressa in un angolo ha fatto ricredere lo storico della fotografia Larry Schaaf. Occorrerà anticipare la realizzazione della prima fotografia stabile a distanza di tempo di un ventennio.

Negli stessi anni, a cavallo fra il XVIII e i XIX secolo, hanno inizio gli esperimenti del francese Joseph-Nicéphore Niépce, esperimenti che si riveleranno di importanza decisiva.


A Joseph-Nicéphore Niépce è attribuita la prima fotografia della storia.