20 gennaio 2017

Parigi raccontata dal fotografo Robert Doisneau

Se qualche anno fa mi avessero chiesto chi fosse il mio fotografo preferito, sarei rimasta in silenzio. Poi un giorno vidi "Il bacio all’Hotel de Ville" di Robert Doisneau e me ne innamorai, come se anche io fossi stata baciata d’improvviso - o quasi - in mezzo ad un boulevard parigino.

"Poco importava a quei due che l’Hotel de Ville, bruciato nel 1871, fosse stato ricostruito nel 1874 da Ballu e Deperthes."

Robert Doisneau, Il Bacio dell'Hotel de Ville, 1950 copyright © Atelier Robert Doisneau

Robert Doisneau, classe 1912, inizia la sua carriera come fotografo industriale per le Officine Renault e, anche se ben presto viene licenziato per il suo assenteismo, dal 1946 lavora per l’agenzia fotografica Rapho, raccontando la Parigi degli anni ’50 e ’60 e donandoci un’immagine lontana della città, ma che ancora oggi sopravvive nei suoi angoli segreti e negli occhi di qualche passante. I soggetti delle sue foto sono persone comuni: bambini, artisti di strada, persone al lavoro, donne affascinanti, anziani.

Nel 2012 è stata allestita una mostra sul fotografo a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni ed è stata in questa occasione che ho potuto osservare le fotografie e il magnifico itinerario parigino che disegnano. Nel dicembre del 2014 visitando la città ho deciso di includere alcuni dei luoghi immortalati da Robert e lo ammetto: ho provato a fotografarle anche io quelle strade e quelle persone ma, per quanto la luce fosse perfetta e Parigi bellissima, rimarrò sempre una principiante a confronto!

Les Jardins du Champs de Mars, 1944 copyright © Atelier Robert Doisneau

"L’ascensione della Tour Eiffel permette di scoprire un immenso panorama parigino, che sembra irriconoscibile poiché manca l’indispensabile sagoma della Tour Eiffel."

Sono partita esattamente da qui alle nove del mattino circa, dal punto nevralgico di Parigi e simbolo del romanticismo, dell’amore e degli innamorati di tutto il mondo: la Torre Eiffel. Se cercate una vista mozzafiato vi consiglio di arrivare a Piazza del Trocadèro, dove milioni di fotografi e amatori immortalano i loro baci.

O Beijo do Hotel de Ville, Paris, 1950 copyright © Atelier Robert Doisneau

Arriviamo alla seconda tappa: Place de la Concorde dove Doisneau ha ambientato forse la serie di scatti più celebri di sempre. L’attraversamento pedonale è davvero “maledetto”, soprattutto per la grandezza spropositata di questa piazza!

"Esistono a Parigi dei posti maledetti. Il passaggio riservato ai pedoni in Place de la Concorde si trova sul luogo dove, due secoli fa, si ergeva la ghigliottina. Oggi alcuni individui particolarmente agili riescono a sfuggire alla muta degli automobilisti. Per il sadico che volesse assistere allo spettacolo, non c’è miglior punto di osservazione della terrazza del ministero della Marina."

Tra i simboli della città francese c’è qualcosa che attira più turisti della Torre Eiffel: la Gioconda. Il museo del Louvre è oggi affollatissimo di persone di qualunque nazionalità che, dopo ore di fila, si accalcano davanti un quadro di così piccole dimensioni e, nel caos, scattano foto e selfie a ripetizione. La scena descritta in questo modo appare molto comica, lo ammetto anche io mi sbracciavo con la macchinetta in mano pur di rubare una foto alla Gioconda! È un peccato che Doisneau tutto questo non possa fotografarlo, ma all’epoca posizionatosi oltre il cordone che separa il pubblico dal quadro, immortalò le espressioni dei visitatori e questo fu il risultato:


Ogni cosa a Parigi diventa magica, anche le rive della Senna. Qui non è cambiato nulla, le persone sedute sui gradini che portano al fiume ci sono ancora, così come quelle che passeggiano spensierate. Uno degli scatti più famosi è forse quello al Pont d’Iéna del 1945.

Robert Doisneau, Le plongeur du Pont d'Iena, Paris, 1945 copyright © Atelier Robert Doisneau

"Una languida passeggiata senza orario né scopo preciso. Certi giorni le cose filano che è un piacere. Le immagini sembrano spuntare da tutte le parti, è uno spettacolo ininterrotto."

Lasciamo la storicità di Parigi per spostarci al quartiere economico de La Défense, animato da grattacieli e uomini d’affari. L’altra faccia della città, forse quella più grigia e monotona, eppure negli scatti di Doisneau anche i grattacieli sembrano raccontarci qualcosa. Quando sono uscita dalla metro ho trovato solo nebbia e pioggia, ed ero felice di vedere La Défense così, era bianca e nera anche dal vivo, come se avessi davanti una fotografia di Robert.

Robert Doisneau - La passerelle de la Défense, 1975.

"Il fascino delle città, ed eccoci al punto, è come quello dei fiori, ossia è in parte dovuto al tempo che vi vediamo scivolare sopra."

Robert-Doisneau, Autoritratto con Rolleiflex, 1947

Probabilmente ciò che ammiro di Robert Doisneau è il suo raccontare una città così bella e variegata con toni semplici, senza il bisogno di sfarzi. Sugli scaffali della mia libreria conservo gelosamente un libro che racchiude i suoi scatti parigini, ogni volta sfogliarlo è come viaggiare. Da lui ho imparato ad aspettare il momento giusto, ad avere pazienza; con le sue fotografie ho conosciuto Parigi ed ho capito che la città non è cambiata ma che, nel corso degli anni, è riuscita a diventare come le foto di Robert.

Vedere, a volte, significa costruirsi, con i mezzi a disposizione, un teatrino e aspettare gli attori.
Aspettare chi? Non lo so, però aspetto. Io spero sempre, e quando uno ci crede con forza è difficile che qualcuno non finisca per arrivare.

Federica Girardi

Fujifilm GFX 50S la prima medio formato dell'azienda


La GFX 50S è la prima macchina fotografica di medio formato della Fujifilm, il sensore misura (43,8 x 32,9 millimetri) e la sua risoluzione è di 51,4 megapixel.

Per rispondere a un sensore di queste dimensioni, Fujifilm ha presentato oltre alla nuova fotocamera una gamma completa di obiettivi GF.

Il design è molto simile a quello delle reflex, potremmo dire che è quasi come un XT-2 più grande, òe sue dimensioni sono di 147.5 x 94.2 x 91mm è solo corpo con batteria e scheda inclusi pesa 825 grammi.

La fotocamera dispone anche di un mirino elettronico rimovibile da 3,69 milioni di punti, più un accessorio che ci permette di inclinare e ruotarlo.



Lo schermo è un LCD touch da 3,2 pollici e 2,69 milioni di punti a scomparsa di 180 gradi. In termini di messa a fuoco automatica la nuovo 50S utilizza il sensore AF autofocus a contrasto da 117 punti.

Fujifilm GFX 50S, prezzo e disponibilità

La nuova fotocamera sarà disponibile a partire da febbraio e solo corpo il suo prezzo di partenza sarà di 6.999 euro. Gli obiettivi della serie GF saranno un Fujinon GF 63mm ƒ/2.8 R WR a 1.599 euro, un macro Fujinon GF 120mm ƒ/4 a 2.899 euro e infine un Fujinon GF 32-64mm ƒ/4R LM WR a 2.499 euro.

19 gennaio 2017

La Leica M10 è la più veloce fotocamera M mai prodotta e la prima ad avere il Wi-Fi


Tutti i componenti e le soluzioni tecniche della Leica M10 si concentrano senza compromessi sulla fotografia.

Ha una profondità in corrispondenza della calotta di soli 33,75 millimetri, ben quattro millimetri in meno della parente più stretta, la Leica M (Typ 240). Ora la Leica M10 è la più sottile M digitale di sempre.

Il campo di visione del telemetro è stato allargato del 30% e il fattore d'ingrandimento è stato aumentato a 0,73. È stata aumentata considerevolmente anche l'estrazione pupillare – cioè la distanza ottimale dall'occhio all'oculare del mirino. Grazie all'aumento del 50% di questa distanza, il mirino risulta molto più confortevole da usare, in particolare per i fotografi che portano gli occhiali.


La Leica M10 è dotata di un sensore CMOS di pieno formato da 24 MP sviluppato appositamente per questa fotocamera. L’esclusiva architettura dei suoi pixel con microlenti permette un'apertura particolarmente ampia, cioè anche i raggi luminosi incidenti con angolazioni oblique sono catturati al meglio dai fotodiodi – con miglioramenti sostanziali rispetto alla generazione precedente. Il vetrino di copertura del sensore opera come filtro taglia-infrarossi e inoltre evita rifrazioni indesiderate della luce incidente con più strati di vetro. L'assenza di un filtro passa-basso assicura anche che la Leica M10 fornisca la massima nitidezza. Questo porta ad una qualità d'immagine significativamente superiore, soprattutto con i grandangolari e gli obiettivi molto luminosi.

Grazie alla nuova progettazione del sensore sulla Leica M10, anche il campo delle sensibilità ISO è stato espanso. Ora consente esposizioni con ISO da 100 a 50.000 pur migliorando considerevolmente le caratteristiche del rumore ai valori ISO più elevati.


Il processore immagine è il Maestro II ed ha una memoria di buffer di 2GB e agli scatti in sequenza fino a cinque fotogrammi al secondo alla piena risoluzione, i fotografi non perderanno più il momento decisivo. La Leica M10 è la più veloce fotocamera M mai prodotta.

Oltre a questo, il processore consente la funzione loupe posizionabile liberamente per una valutazione ancora migliore della nitidezza. Questa nuova funzione si può usare non solo sullo schermo della fotocamera, ma anche nel mirino elettronico (EVF) Visoflex con risoluzione di 2,4 MP. Il mirino dispone di una funzione di rotazione per le riprese da angolazioni insolite e di un modulo GPS integrato che si può attivare per georeferenziare i file immagine.


I comandi sul dorso si limitano al joystick e appena tre tasti per Riproduzione, Live View e Menu. L'importanza di determinate impostazioni varia in base alle preferenze personali e alle necessità fotografiche. In base a questo, la Leica M10 offre anche un menu Preferite liberamente configurabile per la definizione di un profilo delle funzioni personalmente rilevanti.

Una delle caratteristiche che distinguono la Leica M10 è la ghiera d'impostazione ISO sulla calotta. Per la prima volta in una Leica M digitale, tutti i parametri di ripresa essenziali come messa a fuoco, diaframma, tempo di posa e valore ISO si possono selezionare a mano senza usare i menu o perfino senza accendere la fotocamera. Questo permette un controllo ancora più diretto e una maggiore discrezione in ripresa.

La Leica M10 è la prima fotocamera M con connettività WLAN integrata. Ciò consente il trasferimento veloce in wireless delle immagini a dispositivi mobili Apple, per poterle editare, postare e condividere sui social network. L'app Leica M permette anche il trasferimento diretto dei dati RAW in formato DNG verso dispositivi mobili per ulteriore trattamento con le relative app dalla versione iOS 10.2. La Leica M10 si può anche controllare a distanza via WLAN da smartphone o tablet. Questo facilita lo scatto di immagini perfette da angolazioni insolite ed evita il tremolio della fotocamera fotografando con tempi di posa più lunghi.

SPECIFICHE TECNICHE

  • Tipo di fotocamera: Leica M10, compatta fotocamera digitale a sistema con mirino e telemetro
  • Attacco obiettivo: Baionetta Leica M con sensore per codifica a 6 bit
  • Sistema di obiettivi: Obiettivi Leica M, obiettivi Leica R utilizzabili tramite adattatore (disponibile come accessorio)
  • Formato di ripresa/sensore immagine: Chip CMOS, superficie attiva circa 24 x 36mm
  • Risoluzione: DNG™: 5976 x 3992 pixel (24MP), JPEG: 5952 x 3968 pixel (24MP), 4256 x 2832 pixel (12MP), 2976 x 1984 pixel (6MP)
  • Formati dei dati: DNG™ (dati raw, compressi senza perdita), JPEG
  • Dimensioni file: DNG™: 20-30 MB, JPEG: Dipende dalla risoluzione e dal contenuto della fotografia
  • Memoria di buffer: 2GB / 16 fotografie in serie
  • Bilanciamento del bianco: Automatico, manuale, 8 preimpostati, inserimento temperatura colore
  • Supporti di memoria: Schede SD fino a 2GB/schede SDHC fino a 32GB/schede SDXC fino a 2TB
  • Lingue di menu: Inglese, Tedesco, Francese, Spagnolo, Italiano, Portoghese, Giapponese, Cinese tradizionale, Cinese semplificato, Russo, Coreano
  • Misurazione dell'esposizione: Misurazione dell'esposizione attraverso l'obiettivo (TTL), con apertura di lavoro;
  • Principio/metodo di misurazione: Misurando la luce riflessa dalle lamelle della prima tendina dell'otturatore su una cellula fotosensibile: Forte prevalenza centrale; misurando sul sensore: Spot, ponderata al centro, multizonale
  • Campo di misurazione: A temperatura ambiente e umidità normale per ISO 100 all'apertura 1,0 da EV-1 a EV20 all'apertura 32. Il lampeggio del triangolino LED a sinistra nel mirino indica valori inferiori al campo di misurazione
  • Campo di sensibilità: Da ISO 100 a ISO 50000, regolabile in incrementi di 1/3 ISO da ISO 200, scelta fra controllo automatico o impostazione manuale
  • Modi di esposizione: Scelta fra controllo automatico del tempo di posa con preselezione manuale del diaframma - priorità al diaframma A, o impostazione manuale per tempo di posa e diaframma
  • Alimentazione: 1 batteria ricaricabile a ioni di litio, voltaggio nominale 7,4V, capacità 1300mAh.
  • GPS (solo con montato il mirino Leica Visoflex, disponibile come accessorio): opzionale (non disponibile ovunque in base alla legislazione della nazione, cioè spegnimento forzato in quegli stati), dati scritti nell'intestazione EXIF dei file immagine.
  • WiFi: Conforme alle norme IEEE 802.11b/g/n (protocollo WiFi standard), canali 1-11, metodo di criptaggio: WiFi compatibile con criptaggio WPA™/WPA2™, metodo di accesso: Modo infrastruttura

Controllo dell'esposizione flash:

  • Interfaccia per flash: Su slitta accessori con contatto centrale e contatti di controllo
  • Sincronizzazione: Attivata in opzione da 1a o 2a tendina dell'otturatore
  • Tempo sincro flash: = 1/180s; si possono usare tempi più lenti, operando al di sotto del sincro flash: Passaggio automatico al modo flash lineare TTL con lampeggiatori del sistema Leica compatibili con la funzione HSS
  • Misurazione dell'esposizione flash: Usando la misurazione ponderata al centro TTL con prelampo con flash Leica (SF40, SF64, SF26), oppure flash compatibili col sistema tramite adattatore SCA3502 M5
  • Cellula per misurazione flash: 2 fotodiodi al silicio con lente condensatrice alla base della fotocamera
  • Compensazione dell'esposizione flash: ±3EV in incrementi di 1/3EV
  • Visualizzazioni nel modo flash (solo nel mirino): LED col simbolo del flash

Mirino:

  • Principio costruttivo: Ampio mirino con cornici luminose e compensazione automatica della parallasse
  • Oculare: Calibrato su -0,5 diottrie; disponibili lentine correttive da -3 a +3 diottrie
  • Limitatore del campo immagine: Attivando due cornici luminose per volta: Per 35 e 135mm, o per 28 e 90mm, o per 50 e 75mm; commutazione automatica montando l'obiettivo.
  • Compensazione della parallasse: La differenza orizzontale e verticale tra il mirino e l'obiettivo viene compensata automaticamente in base alla relativa impostazione della distanza, per cui la cornice luminosa nel mirino si allinea automaticamente con la parte di scena acquisita dall'obiettivo
  • Abbinamento tra mirino e immagine: Impostando la distanza di 2m, le dimensioni della cornice luminosa corrispondono esattamente al formato del sensore di circa 23,9 x 35,8mm; all'infinito, in base alla lunghezza focale, il sensore registra circa dal 7,3% (28mm) al 18% (135mm) in più di quanto indicato dalla relativa cornice luminosa; a distanze minori si registra qualcosa in meno
  • Ingrandimento (per tutti gli obiettivi): 0,73 x
  • Telemetro ad ampia base: Telemetro con immagine spezzata o sovrapposta, mostrato come campo luminoso al centro dell'immagine nel mirino
  • Base di misurazione effettiva: 50,6mm (base di misurazione meccanica 69,31mm x ingrandimento 0,73x nel mirino)

Visualizzazioni:

  • Nel mirino: Display digitale a quattro cifre con punti sopra e sotto
  • Sul dorso: Monitor LCD TFT da 3” a colori con 16 milioni di colori e 1.036.800 pixel, circa 100% campo immagine, vetrino di copertura particolarmente duro in vetro antigraffio Gorilla®, spazio colore: sRGB, per Live View e modalità di revisione, display

Otturatore e scatto:

  • Otturatore: Otturatore sul piano focale a lamelle metalliche con movimento verticale
  • Tempi di posa: Per priorità al diaframma: (A) continuo da 125s a 1/4000s, per regolazione manuale: da 8s a 1/4000s in mezzi passi, da 8s a 125s in passi interi, posa B: Per lunghe esposizioni fino ad un massimo di 125s (insieme a funzione autoscatto T, cioè 1° pressione = otturatore apre, 2° pressione = otturatore chiude), (1/180s): Tempi di posa più veloci per sincronizzazione flash, modo flash HSS lineare possibile con tutti i tempi di posa più veloci di 1/180s (con flash del sistema Leica compatibili HSS)
  • Scatti in sequenza: circa 5 foto/s, 30-40 scatti in serie
  • Pulsante di scatto: Due stadi, 1° passo: Attivazione dell'elettronica compresa la misurazione dell'esposizione e il blocco esposizione (in modo priorità diaframma), 2° passo: Scatto; integrata filettatura standard per cavo di scatto
  • Autoscatto: Ritardo a scelta fra 2s (priorità al diaframma e manuale) o 12s impostato nel menu, indicato da LED lampeggiante sul frontale della fotocamera e visualizzazione corrispondente sul monitor.
  • Accensione/spegnimento della fotocamera: Tramite l'interruttore principale sulla parte superiore; spegnimento automatico opzionale dell'elettronica dopo circa 2/5/10 minuti; riattivazione col pulsante di scatto

Corpo macchina:

  • Materiale: Corpo totalmente metallico in magnesio pressofuso, rivestimento in pelle sintetica. Calotta e fondello in ottone, finitura cromata nera o argento
  • Selettore del campo immagine: Permette di attivale manualmente in qualsiasi momento le coppie di cornici luminose (es. per confronto)
  • Filettatura treppiede: DIN A ¼ (¼“) in acciaio inossidabile sul fondo
  • Condizioni operative: 0-40°C
  • Interfacce: Slitta accessori ISO con contatti aggiuntivi per mirino Leica Visoflex (sisponibile come accessorio)
  • Dimensioni (larghezza x profondità x altezza): circa 139 x 38,5 x 80mm
  • Peso: circa 660g (con batteria)
  • Contenuto della confezione: Caricabatteria 100-240V con 2 cavi di alimentazione (Euro, USA, varia in alcuni mercati di esportazione) e 1 cavo di carica da autoveicolo, batteria a ioni di litio, cinghia da trasporto, tappo baionetta fotocamera, coperchietto per slitta accessori

16 gennaio 2017

Autodesk Pixlr una alternativa a Photoshop per i fotoamatori

Nell'articolo "le migliori alternative a Photoshop per la fotografia" avevo già citato Pixlr, in questo post scritto da Rosaria Losco vedremo più in dettaglio le potenzialità di questo programma.


Se la tua passione per la fotografia è nata da poco e magari ancora scatti con una fotocamera compatta, forse non te la sentirai di entrare già nell'immenso (e anche un po' costoso) mondo di Photoshop. Oppure se vuoi fare un ritocchino veloce veloce prima di inviare una foto ad un amico, ti farà comodo poter contare su un software essenziale ma d'effetto. Allora ti consiglio di continuare a leggere questo articolo e scoprire Autodesk Pixlr. Un programma di fotoritocco dall'interfaccia semplice, per cui non è richiesta una conoscenza approfondita, se non un minimo di inglese (ma davvero un minimo). Altro aspetto positivo è che Pixlr accontenta davvero tutti e lo possiamo installare sia su Windows e Mac sia su iPhone e smartphone e tablet Android.

Ma cosa possiamo fare praticamente con questo programma? Le operazioni di base (taglio, inclinazione, contrasto e luminosità), sfocato, colore selettivo per mettere in evidenza un oggetto. Inoltre è disponibile una galleria di 100 filtri. Se un tramonto fotografato con un vecchio smartphone ha perso tutti i colori caldi e le ombre che ci avevano fatto innamorare di quello scatto, potremmo facilmente restituirli sovrapponendo un paio di filtri. Il bello di Pixlr è, infatti, la possibilità di sovrapporre più filtri e poterne regolare l’intensità così da assicurarci sempre effetti assolutamente naturali e mai troppo aggressivi o troppo tenui. E se ancora non siamo soddisfatti possiamo perfino simulare il filtro Neutral Gradient o l'FLD che non avevamo a disposizione quando abbiamo scattato.


Se una foto è proprio irrecuperabile possiamo sempre affidarci ad effetti antichizzati e surreali. Per chi decidesse di acquistare la versione Pro (circa $15/anno), inoltre, Pixlr mette a disposizione delle comodissime maschere (proprio come quelle di Photoshop) così da modificare solo alcune parti di una foto. 

Se volete dare nuova vita alle vostro foto e non avete pretese professionali Pixlr è sicuramente un ottimo strumento.


15 gennaio 2017

Gerda Taro, una vita vissuta all’ombra di Robert Capa

Gerda Taro fotografata da Robert Capa, 1937

Robert Capa: il più grande fotoreporter di tutti i tempi, ha avuto fama mondiale per decenni.

Le sue foto sono state amate e criticate, pubblicate in riviste e giornali, mostrate ancora oggi. Attraverso il suo obiettivo ha visto la desolazione della guerra; si è spostato in tutto il mondo, ha viaggiato incontro ai conflitti bellici, stando sempre in prima linea affianco ai soldati. Un uomo ricco di coraggio e di talento divenne il capostipite del fotogiornalismo di guerra poiché fu il primo testimone nelle battaglie più importanti del XX secolo, in grado di dichiarare tempestivamente l’orrore, la morte e la devastazione del genere umano: ma la verità è che Robert Capa non esiste.

Il nome era lo pseudonimo di Endre Ernő Friedmann che creò grazie alla sua compagna Gerda Taro, anche questo un nome fittizio di Gerta Pohorylle. Tutti, chi più chi meno, conosciamo le grandi fotografie che ci ha regalato nel secolo delle grandi guerre: “Morte di un miliziano” del 1936 o “Omaha Beach” del 1944, ma chi si ricorda di Gerda Taro? Gerda fu la compagna di Robert Capa, morì a soli 26 anni sul campo di battaglia esercitando la sua professione di fotoreporter di guerra. È stata considerata la prima fotogiornalista ad affiancare le truppe al fronte e la sua breve vita è ricca di un impegno socio-politico che non la abbandonerà mai e che si porterà fino alla morte avvenuta a Brunete, vicino a Madrid, nel 1937.

L’incontro con Robert Capa e i valori comuni che condividevano e le origini ebraiche di entrambi, la avvicineranno alla fotografia e la porteranno a intraprendere questo nuovo lavoro, insolito per le donne dell’epoca. La straordinaria idea di creare degli pseudonimi li porterà a spostarsi più volte per l’Europa come fotoreporter e a sfuggire anche al rastrellamento nazista.

Francia, Parigi,1935.
Gerta Pohorylle (futura Gerda Taro) e André Friedmann (futuro Robert Capa)
Foto Fred Stein

Il suo lavoro fotografico ebbe il suo culmine più alto proprio in Spagna, durante la Guerra Civile spagnola, dove questa donna così emancipata e rivoluzionaria per questo delicato periodo storico scriveva inconsapevolmente parte della fotografia di guerra.

Il suo talento venne offuscato dalla fama del compagno per oltre sett’anni; Capa non si riprese mai da questa perdita e un anno dopo la sua morte le dedicò un libro con la raccolta delle loro fotografie chiamandolo “Death in the Making”, ma ciò non bastò a far perdurare il lavoro fotografico di Gerda negli anni successivi. Gerda aveva imparato tutto ciò che c’era da imparare sulla fotografia da Robert Capa; nei primi mesi lavoravano all’unisono, uno affianco all’altro, fino allo scoppio della Guerra civile spagnola.

In quegli anni le tecniche fotografiche erano totalmente nuove rispetto alle fotografie delle battaglie della metà del XIX secolo. Lo stile fotografico di Gerda non fu uno stile studiato e applicato alle situazioni, come tutti i fotoreporter, sapeva come utilizzare la macchina fotografica; quando si tratta di fotografia di guerra nessuno studio teorico o tecnico può far parte del tuo stile: tempestività, velocità, coraggio sono solo alcune caratteristiche di cui si deve tenere conto.

La maggior parte delle fotografie ritrovate sono state nel tempo analizzate e approfonditamente studiate, sono stati esaminati i periodi, le date, le città e gli spostamenti da loro effettuati ma un’altra caratteristica fondamentale è l’uso delle diverse macchine fotografiche: Gerda fotografava prevalentemente con una Rolleiflex, formato 6x6 mentre Robert preferiva fotografare con una Leica; nello stile di Gerda predominava l’individuo, i suoi scatti mettono a fuoco i protagonisti della guerra, le vittime, i combattenti.

Guardando la sua produzione si riscontra una maturità fotografica raggiunta durante la Guerra civile spagnola; nel primo periodo affiancata a Capa, gli scatti sono molto semplici, quasi dilettanteschi, i luoghi e i protagonisti fotografati fanno parte della quotidianità, gli sguardi sono quasi sempre diretti verso l’obiettivo, sono semplici ritratti. In queste fotografie prevale la presenza umana, sono fotografati principalmente gli antifascisti di tutti i generi e di tutte le classi sociali: uomini, donne, bambini, soldati, intellettuali, agricoltori e miliziani.

Nella sua prima produzione fotografica possiamo trovare tre archetipi: il soldato, il contadino e il miliziano, tre figure fondamentali che sottolineano il cambiamento che stava avvenendo in quel periodo e la nuova organizzazione della politica repubblicana. Gerda fotografava molto spesso le donne, soprattutto le miliziane e le intellettuali ma ciò non rappresentava in modo reale la posizione della donna di quegli anni; si trattava di una minoranza catturata dall'obiettivo di Gerda - forse perché molto vicino alle sue idee politiche e non convenzionali -.

L’infanzia è un altro punto fermo dell’opera fotografica di Gerda, bambini che vestono divise militari, che giocano sulle barricate; un’infanzia stroncata, già finita ancora prima di iniziare, bambini che sono sempre e comunque accompagnati da soldati o da armi da fuoco, bambini visti fotograficamente come vittime.

In queste fotografie possiamo notare una ripresa quasi sempre dal basso, dove l’essere umano è al centro sia del tema della guerra sia della fotografia stessa; viene fotografato lo spirito antifascista che invade anche i più piccoli.

Foto di Gerda Taro.
“Tre uomini alla finestra dell’hotel Colón, sede del PSUC (Partito Socialista Unito della Catalogna)”
Spagna, Barcellona, Agosto 1936

Foto di Gerda Taro.
“Addestramento in spiaggia di una miliziana repubblicana”
Spagna, Barcellona, Agosto 1936

Foto di Gerda Taro.
“Due bambini sulla barricata”
Spagna, Barcellona, Agosto 1936

In un secondo periodo, potremmo definirlo dal 1937, vi è un dominio della fotografa sulla costruzione dettagliata delle immagini, sono fotografie più attente sul piano formale e sono connotate da un velo propagandistico più consapevole.

Quando la guerra inizia a devastare il paese, Gerda abbandona la Rolleiflex per passare all’agile e compatta Leica, ed è proprio in questo periodo che i suoi scatti raggiungono livelli più alti di drammaticità e tecnica. In effetti, la Rolleiflex ha un formato 6x6 ed è promotrice di una visione lenta ma precisa mentre la Leica fu la prima a vantare un formato 35 mm utilizzando la pellicola cinematografica a doppia perforazione e ciò semplificava lo scatto divenendo intuitivo e rapido. L’uso di entrambe le macchine fotografiche segna lo sviluppo del lavoro fotografico di Gerda, la prima – si suppone - fu utilizzata nella serie di fotografie in Catalogna e in Aragona, mentre le ultime fotografie sono realizzate con una Leica a Valencia e a Brunete.

Da qui in poi, fotograferà i rifugiati, gli orfani di Madrid, i rivoluzionari, le miliziane, i morti e le macerie causate dai bombardamenti, tutti temi che ebbero grande spazio sulla stampa nazionale ed estera.

Quando Gerda si affianca ai miliziani inizia il vero lavoro da fotoreporter di guerra; la maggior parte della produzione fotografica cambia, i soggetti sono mossi e in movimento, in alcuni casi la ripresa non è più dal basso ma frontale, vi sono pochi ritratti e molte foto di gruppo, i protagonisti sono
prevalentemente i combattenti e i morti. In queste fotografie possiamo vedere tre modelli che compongono gli scatti di Gerda:

  • Composizione asimmetrica che occupa principalmente la parte sinistra dell’inquadratura.
  • Composizione fotografica dei soggetti impostata verso il lato destro.
  • Figure e oggetti tagliati dall’inquadratura nel lato sinistro.

Foto di Gerda Taro.
“Senza titolo” Spagna, 1936

Foto di Gerda Taro.
“Rifugiati da Malaga in Almeria”
Spagna, Febbraio, 1937

Foto di Gerda Taro.
“Bambino rifugiato”
Spagna, Almeria, Febbraio, Giugno 1937

Il valore di queste fotografie è inestimabile, non tanto per il valore commerciale che hanno acquisito negli anni e né tanto meno per la loro incredibile storia, ciò che è importante è il fatto che hanno riportato alla luce un pezzo di storia fondamentale per l'umanità.

Una volta terminato il conflitto bellico in Spagna, nel 1939 a Parigi, Capa diede i negativi al suo aiutate Imre Weiss, detto anche Csiki, anch’esso fotografo. Si suppone che sia stato proprio Csiki a costrutire le valigie e a catalogare i negativi, una volta pronti li diede al generale messicano Francisco Javier Aguilar González che in quel periodo era l’ambasciatore del Messico. Dopo la morte del generale, avvenuta nel 1975, i negativi passarono in mano alla zia del regista messicano Benjamín
Tarver, amica del generale. Per lunghi anni i negativi furono custoditi in un vecchio armadio e solo nel dicembre del 2007 arrivarono all’International Center of Photography.

Cornell Capa, fratello di Robert Capa, per anni cercò in tutto il mondo la famosa valigia; nel 1979 pubblicò su una rivista fotografica di essere ancora alla ricerca dei negativi della Guerra Civile spagnola e che se qualcuno sapeva qualcosa al riguardo doveva mettersi in contatto con gli esperti del suo centro, ma nessuno rispose a quella richiesta.

Solo pochi mesi prima della sua morte realizzò il sogno di poterli esporre nel suo centro di fotografia e rendere omaggio a suo fratello e ai suoi compagni. Questo materiale non offre solamente la visione della Guerra Civile spagnola ma ci dimostra l’eccezionale lavoro dei tre fotoreporter che furono alla base della fotografia di guerra moderna.

Solo nel 2007 grazie all’International Center of Photography di New York furono ritrovate tre valigie denominate “La maleta mexicana”. La raccolta conservava più di 4500 negativi della Guerra Civile spagnola, fotografie scattate da Robert Capa, Gerda Taro e David Seymour.


Negativo di Gerda Taro, dalla maleta mexicana.
Spettatori alla parata dei funerali del generale Lukacs, Valencia (16 giugno 1937).


Foto di Gerda Taro, dalla maleta mexicana.
“Folla all'esterno dell'obitorio dopo un raid aereo”
Spagna, Valencia, Maggio, 1937

Grazie a questa raccolta fotografica il nome di Gerda Taro riemerge e torna ad avere la sua rilevanza nella storia della fotografia e affianca il mito di Robert Capa, non solo come compagna ma soprattutto come fotografa ed eroina della Resistenza al fascismo.

Nel 2008 la notizia divenne ufficiale e si programmarono diverse esposizioni in Francia, in Spagna e in America e in altri paesi, per rendere vivo il ricordo di una delle Guerre più importanti della nostra storia.

Nel 2011 la regista Trisha Ziff racconta l’interessante storia di questi 4500 negativi scomparsi da più di 70 anni in un film documentario. Oggi, la valigia e i negativi sono esposti all’International Center of Photography, nella città di New York.

Potrebbe sembrare una storia inventata, un racconto creato per affascinare i più piccoli ma è una storia del tutto vera; un alone di mistero che avvolse e avvolge ancora oggi la figura di Robert Capa e di Gerda Taro.

Giada Di Gregorio
Instagram @Irideazul

13 gennaio 2017

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10 bei posti dove scattare foto a Roma che forse non conosci

Chi ha detto che il problema di ogni fotografo sia solo la luce, il soggetto o l’attrezzatura fotografica? Sono una fotografa amatoriale di Roma e mi capita spesso di realizzare qualche scatto ad amiche e non, il problema più ricorrente è sempre il solito: "Dove scattiamo le foto?"

Così inizio le ricerche e, fortunatamente, in una città così grande, c'è sempre qualche luogo inesplorato. Oggi voglio aiutare chi, come me, si sente sempre un po' spaesato ad una domanda simile o chi, semplicemente, vorrebbe conoscere posti nuovi per catturare qualche attimo. Di seguito la rassegna di 10 bei posti dove scattare foto a Roma:

1. Isola Tiberina

Isola Tiberina - Foto di Pietro Motta

L'Isola Tiberina sorge sul fiume Tevere, vicino al centro storico di Roma. Collegata al Lungotevere degli Anguillara da Ponte Cestio e al Lungotevere de' Cenci da Ponte Fabricio, l'Isola gode di favolosi scorci e scenari, soprattutto sulle rive del fiume, le quali si possono raggiungere tramite l’accesso situato alla sinistra di Ponte Cestio. Il fiume sarà davvero a pochi passi da voi, insieme a scalinate, alberi, il rudere del cosi detto "ponte rotto" e numerosi scorci caratteristici.

Come arrivare?

L'Isola Tiberina si trova nel quartiere Trastevere di Roma ed è facilmente raggiungibile tramite il tram 8 (fermata Piazza Gioachino Belli) e gli autobus H (dalla Stazione Termini) e 780 (da Piazza Venezia).

2. Gianicolo

Vista dal Gianicolo - Foto di Elena Gabrielli

Il Gianicolo è la terrazza panoramica di Roma, ottima per fotografie panoramiche! Se vorrete avventurarvi, troverete uno scenario fantastico anche al famosissimo Fontanone e al monumento Roma o Morte a pochi passi dal Piazzale del Gianicolo, anch'essi si affacciano davanti la città.

Come arrivare?

Il Gianicolo è raggiungibile a piedi dal quartiere Trastevere o tramite gli autobus 870 e 115.

3. Clivo di Scauro

Clivo di Scauro - Foto di wsifrancis

Questa piccola e antichissima strada è sconosciuta ai più che abitano Roma. Come l’ho trovata? Per pura casualità! Clivo di Scauro si trova all’ingresso della Villa Celimontana, sul Monte Celio, a pochi passi dal Circo Massimo e dal Colosseo. Facilmente raggiungibile attraverso la Salita di San Gregorio, il clivo offre una prospettiva favolosa con i suoi archi, perfetta per qualunque tipo di foto!

Come arrivare?

Clivo di Scauro è raggiungibile tramite Metro B e tram 3 (fermata Circo Massimo), in entrambi i casi dovrete proseguire fino alla Salita di San Gregorio e arrivare all’omonima piazza.

4. Viale della Trinità dei Monti

Scalinata della Trinità dei Monti - Foto di David McKelvey

Viale della Trinità dei Monti collega la terrazza panoramica del Pincio, che si affaccia su Piazza del Popolo, e Piazza Trinità dei Monti con l’omonima scalinata che scende su Piazza di Spagna. La passeggiata offre un meraviglioso scenario sul centro storico di Roma e, al tramonto, è l’ideale per delle foto indimenticabili e davvero pittoresche.

Come arrivare?

Viale della Trinità dei Monti è raggiungibile da Piazza di Spagna salendo la scalinata di Trinità dei Monti; da Piazza del Popolo tramite Via Gabriele D’Annunzio.

5. Villa Sciarra

Villa Sciarra

Villa Sciarra si trova nel cuore del quartiere Monteverde Vecchio di Roma. Ricca di viali alberati, la villa ospita numerose fontane marmoree, sentieri ricoperti d’edera e un caratteristico tempietto adiacente le mura di recinzione. Un vero e proprio locus amoenus della fotografia, dove perdersi sarà un’esperienza tutt’altro che spiacevole!

Come arrivare?

Villa Sciarra è raggiungibile tramite gli autobus 44 e 75 (fermata Calandrelli), su Via Calandrelli vi sono due entrate, le altre si trovano in Via Dandolo (fermata Dandolo – Casini, autobus 44 e 75) e Largo Giovanni Berchet.

6. Quartiere Trullo

Quartiere Trullo

Il quartiere Trullo di Roma è l'esempio più spettacolare di come la street art abbia riqualificato un quartiere di periferia. Accedendo dall'entrata del Mercato del Trullo ci ritroveremo in un museo a cielo aperto: i muri degli edifici sono completamente affrescati con disegni, scritte e macchie di colore.

L'attività è stata promossa dal gruppo dei “Poeti der Trullo” che, grazie alla loro attività culturale, hanno dato nuova vita ad una delle più famose periferie romane. Un angolo di cultura contemporanea a Roma da non farsi sfuggire.

Come arrivare?

L’entrata del Mercato del Trullo (Via del Trullo, 297) è raggiungibile tramite gli autobus 719, 771, 775 (fermata Trullo – Campagnatico).

7. Aventino

L'Aventino - Foto di Federica Girardi

L'Aventino è uno dei sette colli di Roma e, probabilmente, il più caratteristico. Dimora di villini storici e strade silenziose, è l’ideale per una passeggiata primaverile. Tappe obbligatorie sono: Piazza dei Cavalieri di Malta con il famosissimo buco della serratura, dal quale è possibile vedere uno splendido scorcio della cupola di San Pietro; e il Giardino degli Aranci, che ospita un’altra delle terrazze panoramiche di Roma insieme ai suoi viali alberati, dove le chiome dei caratteristici pini romani sembrano intrecciarsi l’una all’altra. Nei mesi di maggio e giugno vi consiglio di visitare il Roseto Comunale di Roma, a pochi passi dal Giardino degli Aranci (Via di Santa Sabina), con più di cento specie di rose diverse, un tripudio di colori per gli appassionati della fotografia macro!

Come arrivare?

Il quartiere Aventino è raggiungibile da Via Marmorata (quartiere Testaccio) tramite Via di Porta Lavernale; dal Circo Massimo (Metro B), tramite Clivo dei Publicii.

8. Parco degli Acquedotti

Parco degli Acquedotti - Foto di Marcello Linzalone

Il Parco degli Acquedotti sorge sull’Appia Antica e ospita una delle meraviglie architettoniche di Roma: un complesso di undici acquedotti, tra i quali l’acquedotto Felice risalente all’epoca cinquecentesca, contrariamente agli altri che sono di epoca romana. Molte scuole di fotografia organizzano le proprie uscite in questo parco, dove i fotoamatori si perdono volentieri tra natura e storia, riscoprendo il fascino di una civiltà perduta alla luce del tramonto.

Come arrivare?

Il Parco degli Acquedotti è raggiungibile tramite Metro A (fermata Giulio Agricola), proseguendo su Viale Giulio Agricola fino ad incrociare Via Lemonia (entrata dalla chiesa di San Policarpo).

9. Rione Trastevere e Rione Monti

Trastevere - Foto di Alessandro Grussu

Il Rione Trastevere e il Rione Monti sono tra i quartieri più antichi e caratteristici di Roma. Entrambi ricchi di vicoli, case antiquate e scorci meravigliosi, come la chiesa di Santa Maria in Trastevere o la famosa Piazza Trilussa. Non ho consigli per chi li visita, se non quello di mettere da parte il navigatore o la mappa ed avventurarsi, come fossero una giungla!

Come arrivare?

Il quartiere Trastevere è raggiungibile tramite il tram 8 e gli autobus H e 780 (fermata Gioachino Belli), proseguendo per Via della Lungaretta. Da Piazza Trilussa (Lungotevere Farnesina) tramite gli autobus 23 e 280.

Il quartiere Monti è raggiungibile tramite Metro B (fermata Cavour) o autobus 75.

10. Quartiere Eur

Quartiere Eur - Foto di Federica Girardi

Il quartiere Eur di Roma è forse tra i più noti per le uscite fotografiche. Costruito negli anni '30 in occasione dell’Esposizione Universale mai svoltasi, l'Eur ospita moltissimi edifici all'avanguardia quali il Palazzo della Civiltà del Lavoro (noto anche come "Colosseo Quadrato"), il Museo della Civiltà Romana, il Palazzo dei Congressi e il Lago dell'Eur. Un luogo perfetto per fotografare una realtà architettonica diversa, che sa emozionare all'ombra dei tanti colonnati.

Come arrivare?

Il quartiere Eur è raggiungibile tramite Metro B (fermata Eur Fermi o Eur Palasport).

Roma è piena di luoghi magici e 10 punti non bastano. Ora la domanda è: "Qual è il vostro luogo preferito dove scattare foto?"

Buona Avventura!

Federica Girardi

10 gennaio 2017

Che cos'è un archivio fotografico

National Archives and Records Administration, Washington, D.C.

Questo articolo fa parte della rubrica: La Storia della Fotografia da Aristotele ai giorni nostri

Vi è una notevole confusione che circonda il concetto di archivio, anche gli archivisti professionisti tendono ad aggravare il problema impiegando la parola in diversi modi. Le parole "archivio" e "archivi" sono utilizzate in molti contesti differenti, soprattutto per quanto riguarda le fotografie.

Un archivio è classicamente definito dagli archivisti come una organizzazione governativa o istituzione, il quale può contenere fotografie. Tuttavia, per estensione il termine comprende altri tipi di raccolte, tra cui documenti aziendali, documenti personali e altri tipi di collezioni.

Una lunga e ricca tradizione governa il modo in cui vengono elaborati tali archivi, catalogati e descritti, conservati e resi disponibili per la ricerca. Gli archivisti sono professionisti responsabili per la cura dei fondi archivistici. La professione è ben sviluppata ed è rappresentata da una serie di organizzazioni negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, come la Society of American Archivists, formata nel 1936. Una formazione d'archivio viene offerta in varie università, spesso in dipartimenti di storia e scuole di biblioteconomia.

Distinzione tra archivio, biblioteca e museo

Le fotografie vengono gestite in tre tipi fondamentali di depositi: biblioteche, musei e archivi. Ogni tipo di organizzazione ha una tradizione e metodologia distinta, anche se all'atto pratico si sovrappongono considerevolmente, con frequenti eccezioni alle regole generali. 

Le Biblioteche tendono ad essere orientate agli oggetti: il libro rilegato è l'unità catalogata e monitorata. Per estensione, la fotografia è analoga al libro come unità di ricerca o di studio. Quando possibile, le biblioteche possono contrassegnare ogni fotografia con un codice o numero che serve a individuare la sua posizione corretta.

In una collezione museale, la fotografia è catalogata generalmente in base a criteri estetici e tecnici, tenendo poco in considerazione il contenuto.

In un museo d'arte, invece, l'accento è di solito posto sul fotografo e sulle sue opere, le foto sono quindi classificate in base al nome dell'autore in ordine alfabetico. Eccezioni possono essere fatte per i formati speciali, in particolare oggetti non identificati o non attribuibili a un autore. Per esempio è il caso dei dagherrotipi anonimi, i quali possono essere conservati insieme. Una pratica di museo corretta richiede che ogni fotografia, a prescindere dalla sua posizione debba essere contrassegnata con un numero di catalogo unico per collegarla al suo catalogo individuale, manuale o elettronico, che ne identificherà la provenienza.

Negli archivi e nelle collezioni d'archivio, l'unità di base per l'identificazione, la catalogazione e il monitoraggio è un contenitore, il quale non deve contenere acidi. Il contenitore può essere riempito con decine o addirittura centinaia di fogli di carta, tra cui materiali come la corrispondenza, documenti finanziari o fotografie, ben organizzati in cartelle etichettate.

La tradizione e la teoria presuppongono che i veri archivi e la maggior parte dei fondi archivistici che contengono documenti aziendali e personali, nonché collezioni di documenti e fotografie (di solito raccolti da fonti esterne in modo selettivo) siano trattati a livello di gruppo, sia per ragioni teoriche che pratiche.

Una collezione d'archivio è di solito conservata nel suo ordine originale, se tale ordine era significativo. Il rispetto per l'ordine originale deriva dal fatto che, in raccolte di documenti organicamente formate, l'ordine esistente riflette la storia e le attività dell'organizzazione e la disposizione in sé fornisce informazioni, che potrebbero essere perse se l'ordine fosse alterato o distrutto.

Implicita nella regola di mantenere l'ordine originale all'interno di un particolare gruppo di documenti, indipendentemente dal loro tipo (ad esempio, manoscritti, dattiloscritti, registrazioni sonore, videocassette, fotografie), è che il gruppo non sia mescolato con altri gruppi di documenti, ognuno manterrà la sua identità separata e la sua provenienza.

Queste caratteristiche tipiche degli archivi possono essere apprezzate meglio se rapportate con le pratiche bibliotecari, che tendono a ordinare per sequenze di documenti. Certamente questo è vero nel caso dei libri, di solito organizzati per argomento e in ordine alfabetico secondo uno schema di classificazione senza riguardo per la provenienza. Allo stesso modo, le biblioteche che raccolgono fotografie per motivi di studio spesso le ordinano allo stesso modo in base al soggetto della foto e secondo a un sistema di classificazione pre-ordinato, trascurando la provenienza e il fotografo autore dello scatto.

Al contrario, gli archivi normalmente non usano questo sistema di classificazione delle foto a causa della preoccupazione per il mantenimento dell'ordine originale delle sequenze, la provenienza e l'autore dello scatto.

Almeno dal 1970, molti archivisti si sono specializzati nell'ambito fotografico, la formazione in questo settore è possibile in ambienti universitari e in workshop specifici. La Society of American Archivists ha sponsorizzato corsi sulla gestione di collezioni fotografiche per molti anni, gli archivisti senza una formazione specializzata sono inoltre tenuti ad avere almeno una conoscenza rudimentale di fotografia e delle caratteristiche fisiche dello scatto al fine di preservare le foto e renderle disponibili per scopi di ricerca.

Margery S. Long della Society of American Archivists ha scritto:

Gli archivisti e storici non sempre riconoscono le fotografie come fonti primarie. Negli anni di formazione degli archivi, solo i documenti scritti sono stati considerati come archivio e meritevoli di conservazione.
Materiali pittorici spesso sono stati rimossi dalle collezioni e catalogati come documenti in formato immagine in modo generico; il principio di provenienza è stato raramente loro applicato. Alcuni archivisti hanno catalogato le fotografie come "miscellaneous ephemera" o "memorabilia".
Alcune fotografie non sono state nemmeno notate o considerate e sono state lasciate nella loro posizione originale, mescolate con manoscritti, documenti e corrispondenza.
Spesso l'unico indizio per l'identificazione di alcune fotografie è stata la loro posizione tra i documenti, che per esempio può essere la vicinanza a una lettera che descrive gli eventi o i nomi delle persone indicate in foto. (Ritzenthaler et al., Archives & Manuscripts: Administration of Photographic Collections, Revised edition 1999.)


Il tentativo di mantenere l'ordine originale è una sfida per gli archivisti, in particolare per le fotografie. Ad esempio, le fotografie possono essere strettamente associate con altri tipi di documenti e possono richiedere un diverso standard di cura e ambiente di storage rispetto alle carte associate.

Le fotografie generalmente non sono catalogate singolarmente perché sono spesso parte di un gruppo, che può essere descritto a livello collettivo in registri ed elenchi.

Molte fotografie fanno parte di grandi gruppi, e sarebbe difficile o impraticabile catalogarle singolarmente. Il crescente interesse per le fotografie storiche a partire dagli anni 1960 e 1970 ha creato una grossa sfida per i metodi di archiviazione. Alcuni archivi hanno adottato una strategia di catalogazione selettiva per le fotografie e altri oggetti ad alta richiesta.

Tale pratica ha reso l'archivio un genere più ibrido di organizzazione, sovrapponendo le tecniche d'archivio a quelle bibliotecarie e museali. Dal momento che le fotografie incarnano spesso molti strati di significato: testimonianza storica, oggetto estetico e artefatto culturale.

Le fotografie e altro materiale visivo richiedono un certo grado di accesso a livello di articolo. Mentre un documento scritto può non essere rimosso fisicamente dalla sua posizione di file, i materiali visivi di tanto in tanto devono essere rimossi dal loro contesto di archiviazione per essere copiati, scansionati o esposti in pubblico. Gruppi di fotografie il cui ordine originale è ritenuto non significativo o del tutto assente possono essere riorganizzate per la comodità degli archivisti. Questa situazione si verifica spesso quando i proprietari o i creatori delle fotografie originali non sono riusciti a riconoscere relazioni significative tra loro o semplicemente non hanno messo a punto un sistema di archiviazione utile.

Gli archivisti trattano anche con materiali che non sono archivi, nel senso che non rappresentano un'organizzazione di catalogazione organica. Tali aggregazioni, sono spesso chiamate "manuscript collections", molte di queste collezioni sono acquisite da organizzazioni archivistiche la cui missione è quello di raccogliere materiale di ricerca rilevante secondo le linee guida indicate da una varietà di collezionisti e fonti. Alcuni archivi sono organizzazioni ibride, che soddisfano diverse missioni. Gli archivi dell'Art Institute of Chicago, conservano i documenti aziendali dell'Art Institute, raccolgono anche le carte degli artisti, tra cui spesso fotografie, così come materiali di ricerca vari provenienti da una varietà di fonti.

Le strutture organizzative dell'archivio variano ampiamente. Alcuni archivi si trovano in biblioteche, e spesso includono manoscritti e file fotografici, queste collezioni sono gestite in conformità con le tradizioni d'archivio.

Interno del National Archives

Gli Archivi variano in dimensioni e portata. Il The National Archives and Records Administration of the United States conserva i documenti generati dalle molte agenzie ufficiali del governo degli Stati Uniti. La The Still Picture unità della Special Media Archives Services Division che si trova a College Park, Maryland, contiene milioni di fotografie, che vengono messe a disposizione dei ricercatori.

The National Archives è l'organizzazione di archiviazione per eccellenza, che aiuta a stabilire gli standard di archiviazione per l'intera professione. La Library of Congress, è un ente governativo indipendente, non è semplicemente una libreria gigantesca, ma è un'organizzazione ibrida che comprende le collezioni di documenti che vengono gestite secondo i principi d'archivio.

Le biblioteche adottano il formato Machine Readable Cataloguing (MARC) per i database di catalogazione è impiegato a livello internazionale per la catalogazione dei libri, ed è stato adattato per la descrizione dei materiali d'archivio, come raccolte fotografiche. I musei tendono ad evitare il formato MARC per il suo essere più adatto alle biblioteche.

L'essenza del museo e dei fondi archivistici è la loro enfasi su materiali originali e unici. Le librerie convenzionali raccolgono anche documenti prodotti in serie, piuttosto che pezzi unici o originali, anche se la maggior parte delle librerie contengono anche alcuni oggetti rari ed esistono alcune librerie specializzati in rarità.

I fotografi e gli archivi

Il lavoro della vita di un fotografo, che contiene una varietà di documenti, come i negativi originali, lucidi, stampe e documenti professionali e personali, è spesso considerato come un archivio. Alcune organizzazioni, in particolare il Center for Creative Photography (CCP) presso l'Università dell'Arizona, Tucson, acquisiscono attivamente gli archivi di fotografi selezionati, la maggior parte attraverso donazioni.

Ingresso del Center for Creative Photography

Harold Jones, fotografo, curatore, ed educatore è stato il direttore ed il fondatore del CCP (1975-1977). Il CCP possiede più archivi e singole opere di fotografi del Nord America del XX secolo rispetto a qualsiasi altro museo della nazione.

Tra i fotografi presenti nel CCP spiccano i nomi di: Ansel Adams, Richard Avedon, Lola Alvarez Bravo, Louise Dahl-Wolfe, Robert Heinecken, W. Eugene Smith ed Edward Weston.

Anche le università, biblioteche, società storiche a livello comunale, regionale e statale raccolgono gli archivi dei fotografi se rispondenti a determinati criteri. Per esempio gli archivi del fotografo documentarista David Plowden, che è stato studente a Yale, è ora nella collezione della Yale University.

Poiché l'archivio di un fotografo può richiedere un pesante investimento di spazio, budget e il coinvolgimento di personale specializzato, le organizzazioni storiche senza scopo di lucro devono essere altamente selettive e sono comprensibilmente prudenti quando si tratta di grandi acquisizioni.

I musei d'arte, normalmente si occupano dell'acquisizione e la gestione di singole opere d'arte, di solito non sono in grado di ospitare interi archivi dei fotografi. Alcuni musei realizzano collezioni intorno a un importante archivio, come ad esempio l'August Sander Archive a Colonia, il quale organizza esposizioni anche di altri fotografi.

Alla fine del XX secolo, tuttavia, gli archivi fotografici hanno costituito un problema incombente, molti fotografi o i loro eredi hanno donato migliaia di negativi, stampe e documenti, anche a titolo di regalo e le grandi aggregazioni hanno dovuto richiedere l'aiuto istituzionale.

Un soluzione è stata quella di creare fondazioni indipendenti (spesso agevolate da benefici fiscali) per ospitare l'archivio; un modello è la Foundation Henri Cartier-Bresson, inaugurato nel 2003. Un altro è il Lee Miller Archive in East Sussex, Inghilterra.

Un'altra strategia è quella di individuare un genere o un argomento specifico che può creare un ampio interesse da parte dei donatori, un esempio è il Women in Photography International Archive, che accumula i file biografici, libri e articoli su fotografe del passato e del presente.

Gli archivi sono sempre più visti come una fonte di profitto. Il venerabile Bettmann Archive, ha adottato il modello di un archivio stock photo commerciale, è stato acquisito alla fine del secolo da Corbis, società fondata da Bill Gates per acquisire immagini per la digitalizzazione e la distribuzione via Internet. Hulton Archive, Londra, è un altro grande archivio fotografico internazionale. Vanta nel suo inventario più di un milione di foto di moda, di celebrità, still-life e fotografie di viaggio. Anche agenzie fotografiche tradizionali come Black Star o Magnum Photos svolgono la funzione di archivi.

Come fare la correzione selettiva del colore in una foto col metodo LAB - Tutorial Photoshop


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Questo post è la quarta lezione del corso sul metodo colore LAB, per andare al terzo articolo bisogna cliccare sul seguente link: Come regolare contrasto e colori col metodo colore LAB in Photoshop.

Nel video in basso l'utente youtube "Emanuele Brilli Photoshop and Photography" ci spiega come effettuare la tecnica del colore selettivo col metodo colore LAB.