25 gennaio 2010

Gianni Berengo Gardin: il fotoritocco male assoluto

Vagando come mio solito per il forum di fotografare.com mi sono imbattuto in una interessante discussione nata dalle parole pronunciate da Gianni Berengo Gardin in questa intervista.

Su alcuni punti posso trovarmi d'accordo su altri no, esistono vari tipi e gradi di fotoritocco, come ho già scritto in questo articolo: Il fotoritocco è lecito?, tralasciando poi il fatto che anche con la pellicola si può fotoritoccare e fare fotomontaggi, col digitale è più facile e meno costoso, tutto qui.
E allora chissà cosa ne pensa del fotoritocco...
È il male assoluto (ride, ndr), un taroccamento per cambiare il dna del reale senza chiedergli il permesso.«Io sono un cronista non un creativo. La realtà la voglio documentare così com'è, senza stravolgerla ma soprattutto accantonando qualsiasi tentazione di renderla più accattivante in maniera artificiale. Ecco perché il digitale non mi piace: si scontra con la mia mentalità di fotoreporter»
Posso capire criticare il fotoritocco ma non attaccare tutto un sistema che è semplicemente un'evoluzione, la fotografia la fa ancora il fotografo, colui che è dietro la macchina, se una foto è brutta di partenza, per quanti miglioramenti si facciano in Photoshop, non diventerà mai una bella foto.

Adesso riporto le parole di un fotografo che stimo molto di nome Attilio con cui mi trovo pienamente d'accordo.

Difficile esprimere una posizione, non riesco a non pensare che la macchina fotografica rimane uno strumento e quello che ci facciamo dipende da noi...

Insomma, prendiamo un pennello: un artista ci farà un'opera d'arte, un naturalista riprodurrà perfettamente un merlo, un imbianchino ci imbiancherà una parete, un restauratore ci stenderà la foglia d'oro, un truccatore lo userà per l'ombretto, un siderurgico ci scriverà il numero di colata, ecc...

Prendiamo una macchina fotografica: un artista ci farà un'opera d'arte, un cronista ci farà un documento, un biologo ci studierà il ritmo di crescita delle colonizzazioni batteriche, un geometra ci farà lo stato di avanzamento lavori in cantiere, un grafico ci farà la base della sua elaborazione, ecc...

Strumento/destinazione d'uso spesso, spessissimo sono indipendenti e solo l'uso che ne facciamo determinano la natura del risultato. Ho difficoltà a pensare che sia il mezzo a possedermi invece che io ad usare lui per i miei scopi, qualsiasi essi siano, fosse anche produrre immagini e non fotografie.

Poi se parliamo di sentimento possiamo giustificare qualsiasi posizione, se parliamo di questioni tecniche la posizione di Gianni Berengo Gardin crolla.

Un Raw è un file certo, che se è stato manipolato è facilmente verificabile, che riporta in modo inequivocabile i dati di scatto (tempo, diaframma, iso, macchina ed ottica usate, contrasto scelto, WB impostato ecc...), il giorno e l'ora dello scatto, ad ulteriore sicurezza ci sono per Nikon e Canon software appositi di certificazione dell'originalità dello scatto, molto più sicuri di qualsiasi negativo, che potrebbe essere banalmente rifotografato e sfido chiunque, oggi, a distinguerlo da un negativo originale.

Tecnicamente il digitale vince su tutta la linea, poi a livello emotivo le questioni sono le più varie. Io continuo a scattare in pellicola e neppure così raramente, scatto in pellicola perché ci sono automatismi che sono insostituibili al momento, quando ho una velvia in macchina o una PanF non devo pensare a nessun aspetto tecnico, pur lavorando in manuale le impostazioni di scatto e le letture esposimetriche vengono processate in automatico dalla testa, quindi posso concentrarmi solo ed esclusivamente sulla composizione, sulla luce, sul vedere.
In digitale questo non mi succede ancora, sebbene la dimestichezza sia molta comunque mi accorgo di dover riflettere anche solo un istante prima di scattare, come un'ultima rapida verifica mentale a tutti i parametri di scatto e la loro congruenza con gli intenti prefissati.
Nonostante questo, mi accorgo che la questione è mia personale e destinata probabilmente a scomparire con il tempo, dopo tanti anni di abitudine a pensare a due parametri (tempo e diaframma visto che gli ISO erano fissi quelli del rullo), interagire con un esposimetro "scemo" e mettere a fuoco a mano (la mia prima reflex autofocus è arrivata intorno al 2002/2003) prima di automatizzare tutto inconsciamente ci vorrà ancora un pò.

Ma tutto questo cosa ha a che fare con la fotografia? Secondo me poco o nulla, come non ha nulla a che fare con il Parmigiano Reggiano il nome delle mucche che hanno prodotto il latte, a me sta bene tutto, il consorzio del parmigiano reggiano mi dice che per essere parmigiano devo seguire una serie di indicazioni, ma se poi le seguo non mi sta più bene che arriva un tipo e mi dice "il vero parmigiano reggiano è il mio perché le mie mucche hanno tutte il nome che inizia per C", la vera fotografia deve essere originale, non manipolata, fedele alla realtà dei fatti? Mi sta benissimo, se rispondo a queste caratteristiche però poi non voglio altre questioni, se è originale non manipolata, fedele alla realtà non capisco che differenza faccia digitale o pellicola, anche perché altrimenti in campo dobbiamo mettere tutto, secondo me per esempio la vera fotografia in pellicola si fa con emulsioni da 50 ISO, posso concedere i 64 in via del tutto eccezionale per rispetto a Kodak, sopra queste sensibilità già non è più vera fotografia perché la grana non mi permette di cogliere realmente l'espressione degli occhi dei soggetti più piccoli e se non raccolgo l'espressione degli occhi che ho scattato a fare?

Insomma se vogliamo dire un pò di "amenità" diciamole pure ma allora tutte hanno il medesimo valore, del resto qualcuno potrebbe dire che la vera fotografia è solo quella in pellicola sopra i 1600 ISO, e qualcuno lo fece proprio su queste pagine (si riferisce a una discussione fatta sul forum), perché solo così la grana dilania l'immagine e ci permette di concentrarci solo sulla luce e sui chiaroscuri, prima dei 1600 ISO i troppi dettagli confondono la visione e distraggono dalla vera fotografia (scrivere con la luce).
Quasi tutte le tesi sono sostenibili se accettiamo una soglia più alta di tolleranza alle posizioni "originali".

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