30 settembre 2010

La fotografia di Eve Arnold


Spinta dalla semplice curiosità e l'amore per l'imprevedibilità della fotografia, Eve Arnold contribuì a dare forma al fotogiornalismo nella seconda metà del ventesimo secolo.

Nelle sue foto lascia che sia il soggetto a guidarla cercando il suo punto di vista. Il suo obiettivo è stato quello di essere come uno specchio per il mondo rendendo le persone consapevoli della condizione umana.

Arnold iniziò la sua carriera di fotografa nel 1943 grazie a un posto da manager in uno degli stabilimenti del gruppo Stanbi, una controllata della Standard Brands, che si occupava dello sviluppo di fotografie da rullini e negativi. Tra i suoi compiti c'era anche l'assistenza all'interno dei nuovi stabilimenti del gruppo, attività che l'ha portata a girare buona parte degli Stati Uniti. Fotografò durante il lavoro presso l'impianto e decise di seguire un corso fotografico di sei settimane sotto l'influente insegnante di fotografia Alexey Brodovitch presso la The New School for Social Research a New York.

Impressionato dalle immagini della Arnold riguardanti una sfilata di moda ad Harlem, Brodovitch la incoraggiò a continuare a scattare.

A sinistra: Eve Arnold – USA. New York City. Sfilata di moda ad Harlem. Modella Charlotte Stribling, 1950 / A destra: Eve Arnold – USA. New York City. Marlene Dietrich alla COLUMBIA RECORDS, 1952

Alcune di queste fotografie sono state poi pubblicate in una rivista inglese, che la portò all'attenzione della Magnum e nel 1951 diventò una loro fotografa grazie all'intervento di Henri Cartier-Bresson, uno dei fondatori, rimasto colpito dagli scatti newyorkesi, diventa così la prima donna free lance dell'agenzia di stampa e sei anni più tardi, nel 1957 viene inserita tra i soci dell'agenzia, diventando la prima associata donna, Arnold lavorò anche per diverse riviste e giornali, le sue foto sono state usate per campagne pubblicitarie e film.

Eve Arnold presto iniziò a praticare la professione di fotografa a tempo pieno. Dopo un'esperienza disastrosa per colpa di uno scrittore ostile che decise di cambiare il significato delle sue foto fatte durante una sfilata, decise in seguito a questa esperienza di ottenere quanto più controllo possibile sulle parole che avrebbero accompagnato le sue opere; per Arnold, una fotografia senza parole comunica di meno.

Foto di Eve Arnold - CUBA. Havana. Ragazza al bar di un bordello nel quartiere a luci rosse. 1954.

Nel corso degli anni '50, Arnold si concentrò soprattutto sulla ritrattistica, ricevette incarichi per riviste e produzioni cinematografiche di Hollywood. Diventata più sicura di sé, cominciò in questo periodo a produrre in modo indipendente, godendo della libertà e della consapevolezza che, se le fotografie fossero state di qualità sufficiente, sarebbero apparse in più sedi rispetto a quelle prodotte su misura per le esigenze editoriali di una singola rivista.

Quando divenne associata della Magnum, con lo scopo di migliorarsi, perlustrò i file dell'agenzia guardando anche le bozze, nel tentativo di capire come gli altri fotografi lavorassero.


Arnold aveva iniziato la sua carriera con una macchina fotografica da 40 dollari, una Rolleicord, per poi passare a una Rolleiflex, infine decise di passare a una fotocamera Nikon in formato 35 mm, la scelta di questo marchio fu dettata dal fatto che era difficile ottenere una Leica negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. Per muoversi facilmente e stabilire un contatto con il soggetto decise di portare il minimo indispensabile come attrezzatura fotografica, cercando di far stare tutto in una borsa fotografica.

Ad esempio, quando fotografava sui set cinematografici, Arnold lavorava a piedi nudi, cercando di non attirare l'attenzione dei suoi soggetti, smetteva di fotografare se notata. Per una maggiore varietà fotografò le stesse situazioni in bianco e nero e a colori; continuò con questo metodo fino alla metà degli anni 1970, quando il mercato per la stampa monocromatica era in gran parte scomparso.

Arnold era incline a usare il colore come un accento o come parte del disegno complessivo e credeva che i colori tenui, spesso, si dimostrassero più efficaci rispetto a tonalità forti. Eve Arnold è nota per le sue fotografie di star di Hollywood, politici e leader religiosi, solo per fare alcuni nomi: Marlene Dietrich, Joan Crawford, Malcolm X, il senatore Joseph McCarthy, i presidenti e Richard M. Nixon e Dwight D. Eisenhower. Ma le fotografie per le quali lei è forse più nota sono quelle scattate a Marilyn Monroe.

Foto di Eve Arnold - USA. Illinois. Chicago. Malcolm X durante la sua visita alle aziende di proprietà dei neri musulmani. 1962.

A differenza di quelle di molti fotografi di celebrità degli anni 1950 e 1960, le fotografie di Arnold sono tipicamente istantanee, foto non ritoccate, come i suoi ritratti della Monroe. Per esempio durante la sessione di scatti per il film The Misfits i fotografi maschi generalmente cercavano di catturare la sensualità della Monroe, mentre Eve Arnold era più interessata alla sua parte più sincera e "normale".

Foto di Eve Arnold dell'attrice Marilyn Monroe sul set di "The Misfits", 1960.

Foto di Eve Arnold dell'attrice Marilyn Monroe sul set di "The Misfits", 1960.

Foto di Eve Arnold dell'attrice Marilyn Monroe sul set di "The Misfits", 1960.

Foto di Eve Arnold dell'attrice Marilyn Monroe sul set di "The Misfits", 1960.

Nel 1961, Arnold iniziò a lavorare con il London Sunday Times e si trasferì in Inghilterra nel 1962, rimase sotto contratto con il Times per dieci anni. In questa fase della sua carriera, Arnold lavorò in maniera totalmente autonoma, dalla ricerca delle idee alla gestione di tutto fino alla stampa finita.

Anche se portò a termine lavori molto difficili, come viaggiare da sola attraverso le montagne dell'Afghanistan, Arnold non fotografò mai un conflitto armato.

Eve Arnold - AFGHANISTAN. Kabul. Young girl. 1969.

Nonostante il suo desiderio di farlo, il suo art director rifiutò sempre di permetterle di coprire la guerra in Vietnam a causa degli enormi rischi che avrebbe comportato.

Eve Arnold è anche nota per i suoi 11 libri, che lei stessa ha strettamente supervisionato, tra cui i volumi che hanno caratterizzato Marilyn Monroe, Mikhail Baryshnikov e l'americano Ballet Theater.


Fin dall'inizio dei suoi giorni come fotografa, Arnold aveva sognato di girare la Cina; sogno che si realizzò nel 1979 e che portò alla realizzazione del libro "In China", in cui cercò di far trasparire la felicità che molti Cinesi provarono nei confronti della prima industrializzazione, le immagini portarono Eve Arnold alla sua prima grande mostra personale al Brooklyn Museum nel 1980.

Nel 1991 esce "The Great British", titolo originale "Eve Arnold in Britain", che contiene i leggendari scatti della Regina Elisabetta II. Quattro anni più tardi nel 1995 pubblica "In Retrospect" una autobiografia, in cui raccoglie oltre 50 anni di carriera.

Eve Arnold - G.B. ENGLAND. Cheshire. La regina in tour. 1968.

Pochi mesi più tardi diventa membro onorario della Royal Photographic Society e viene eletta Master Photographer dal New York's International Center of Photography, una delle maggiori onorificenze per un fotografo.

Nel 1996 riceve il Kraszna-Krausz Book Award per il volume "In Retrospect" e l'anno successivo le viene consegnata la laurea honoris causa dell'Università di St Andrews, della Staffordshire University e dell'American International University di Londra. L'anno successivo esce "Film Stars: Photographs of Magnum Photos'' e due anni dopo collabora al volume "Magna Brava: Magnum's Women Photographers" che racconta la presenza femminile all'interno dell'agenzia di stampa.

Nel 2002 viene pubblicato “Eve Arnold: Film Journal” e nel 2003 viene nominata Ufficiale dell'eccellentissimo Ordine dell'Impero Britannico.

Nel 2004 pubblica "Handbook with Footnotes" seguito l'anno successivo da “Marilyn Monroe” il suo ultimo libro sulla diva. Nel 2009 esce il volume "Eve Arnold's People", che raccoglie le fotografie di soggetti presi dalla vita quotidiana e l'anno successivo le viene conferito il premio alla carriera in occasione dei Sony World Photography Awards.


Muore il 4 gennaio all'età di 99 anni, nella clinica di Pimlico, alle porte di Londra, dove era ricoverata ormai da tempo. Pochi mesi dopo la sua morte esce il volume "All about Eve", scritto e pubblicato dai suoi amici più cari.

28 settembre 2010

Man and the Sea - Quejas o la Maja y el Ruisenor - Marco Crupi Photography

Per una corretta visualizzazione impostare il video in HD da 720p in su. Man and the Sea - L'uomo e il mare.

Fotografie di Marco Crupi

Musica: Michel Block - Quejas o la Maja y el Ruisenor



Poesia di Charles Baudelaire - L'uomo e il mare

Uomo libero, sempre tu amerai il mare!
Il mare è il tuo specchio: contempli dalla riva,
nell'infinito accavallarsi delle onde il tuo spirito
non meno profondo, non meno amaro.

Ti compiaci a tuffarti entro la tua propria immagine;
tu l'abbracci con gli occhi e con le braccia,
e il tuo cuore si distrae alle volte dal suo battito
al rumore di questo lamento indomabile e selvaggio.

Siete entrambi a un tempo tenebrosi e discreti:
uomo, nessuno ha mai misurato la profondità dei tuoi abissi;
mare, nessuno conosce le tue ricchezze segrete,
tanto siete gelosi di conservare il vostro mistero.

E tuttavia sono innumerevoli secoli
che vi combattete senza pietà né rimorsi,
talmente amate la carneficina
e la morte, eterni lottatori, fratelli.

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27 settembre 2010

Richard Avedon - Maestri della Fotografia

Richard Avedon (New York, 15 maggio 1923 – San Antonio, 1º ottobre 2004) è stato un fotografo e ritrattista statunitense.

Lavorò in vari campi, dal reportage alla moda, dagli orfani di Danang durante la guerra del Vietnam ai ritratti di Marilyn Monroe, Brigitte Bardot o Sophia Loren; rimarrà celebre per i suoi innumerevoli ritratti in bianco e nero. La sua carriera di fotografo comincia nella Marina mercantile: assegnato alle autopsie e alle foto d'identità, scatta dei ritratti dei suoi compagni di camerata. Nel 1944 si unisce al gruppo della rivista di moda Harper's Bazaar, nel quale resterà dodici anni cambiando la foto di moda collocando le modelle, solitamente irrigidite nella posa, per strada o in locali notturni.

In seguito lavora per Vogue, Life, Gianni Versace, Calvin Klein e Clairol e si specializza nel realizzare ritratti. Nel 1974 espone al museo d'arte moderna di New York (MOMA) alcuni ritratti di suo padre divorato dal cancro. L'artista collabora alle riviste più prestigiose come The New Yorker e Rolling Stone. Realizza l'edizione 1997 del prestigioso calendario Pirelli.

E qui gustiamoci alcune delle fotografie di Richard Avedon, ho trovato questo video su YouTube per fortuna senza musica (se il video non fosse funzionante fatemelo sapere scrivendo un commento).



La fotografia più celebre di Richard Avedon è Dovima con elefanti, Abito da sera di Dior, Cirque d'Hiver, Parigi, agosto 1955


Potete vedere sul sito della THE RICHARD AVEDON FOUNDATION a questo link http://www.richardavedon.com/ la sua galleria fotografica.

Ho trovato su YouTube un documentario su questo grande maestro della fotografia "Richard Avedon - Darkness and Light", purtroppo è disponibile solo in lingua inglese senza sottotitoli.



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24 settembre 2010

La fotografia di Ansel Adams


Ansel Easton Adams (San Francisco, 20 febbraio 1902 – Carmel-by-the-Sea, 22 aprile 1984) è stato un fotografo statunitense, famoso per le sue foto in bianco e nero di paesaggi dei parchi nazionali americani (tra cui lo Yosemite National Park) e come autore di numerosi libri di fotografia, compresa la sua trilogia di manuali di tecnica (The Camera, The Negative e The Print). È stato tra i fondatori dell'associazione Gruppo f/64 insieme ad altri maestri come Edward Weston, Willard Van Dyke e Imogen Cunningham.

Una piccola curiosità che pochi conoscono, le fotografie che vedete qui in basso sono in bianco e nero, ma Ansel Adams scattava anche a colori!

Dopo questa piccola biografia sulla vita di Ansel Adams passiamo ad ammirare le sue fotografie e conosciamo la loro storia.

Snake River - Ansel Adams

La fotografia al servizio della natura, con questa famosa fotografia (che fa parte di una serie) Ansel Adams salvò il King Canyon, poiché alcuni politici e imprenditori volevano costruire una diga sul lato occidentale della valle del KIngs Canyon, ciò che avrebbe compromesso l'integrità del suo patrimonio naturale e forestale.

Nel 1936 egli portò le sue foto a Washington e fece in modo che il King Canyon in California venisse preservato e salvato, inoltre venne dichiarato parco nazionale.

Il Minarets Wilderness nell'Inyo National Forest venne ribattezzato Ansel Adams Wilderness nel 1984 in suo onore. Il monte Ansel Adams, una cima di 3.584 metri nella Sierra Nevada, prese il nome da lui nel 1985.

Winter Sunrise, Sierra Nevada from Lone Pine, California (1944) - Ansel Adams

Come ho già detto Ansel Adams è uno dei fondatori del gruppo F-64, questo gruppo predilige un tipo di fotografia caratterizzata dalla massima profondità di campo e accuratezza dei dettagli.
Osservate questo scatto di Ansel Adams chiamato Rosa su legno galleggiante.

Rosa su legno galleggiante - Ansel Adams

Zabriskie Point - Ansel Adams

Canyon de Chelly - Ansel Adams

Adams ha inventato il sistema zonale (sistema a zone), una tecnica che permette ai fotografi di trasporre la luce che essi vedono in specifiche densità sul negativo e sulla carta ottenendo così un controllo migliore sulle fotografie finite, in pratica permette di determinare il tempo di posa e di sviluppo consentendo una migliore gradazione delle componenti del grigio. Adams è anche stato un pioniere dell'idea di visualizzazione (che spesso chiamava 'previsualizzazione', sebbene più tardi ammise che questo termine fosse ridondante) della stampa finita basata sui valori di luce misurati nella scena che viene fotografata.

Il controllo colore

Perché impostare i parametri del controllo colore se possiamo farlo anche dopo?

Quante volte vi siete sentiti fare questa domanda o quante volte magari l'avete fatta voi?

Sbagliato?

Assolutamente no, sempre che siete intenzionati a non sfruttare le potenzialità della vostra Reflex oltre chiaramente alle vostre capacità di fotografo evidenziando invece quello del photoeditor.

Sebbene scattare in Raw, ci consenta, con appositi programmi di intervenire successivamente cambiando alcuni parametri è anche vero che scattare variando alcuni controlli del colore direttamente dalla macchina ci evita oltre a dover passare minuti preziosi davanti ad un Personal Computer, di godere di alcuni accorgimenti che oggi gli stessi monitor delle Reflex ci permettono di valutare in tutta tranquillità, inoltre non pensiate che utilizzare i controlli colore in macchina vi renda meno professionali rispetto ad una gestione in toto sul vostro computer.

Vediamo di capire il perché.

Prima di tutto una premessa è d'obbligo.

Oggi le fotocamere sono equipaggiate di monitor con maggior risoluzione e una maggior definizione quindi, i parametri che più avanti andrò a spiegare avranno più o meno effetto su alcuni modelli di Reflex rispetto che ad un'altra benché questi potrebbero montare lo stesso pannello LCD e sia gestito dal medesimo hardware.
Le caratteristiche in gioco che si differenziano nella resa di uno stesso monitor sono diverse e non voglio approfondire l'argomento in quanto ci dilungheremmo in tematiche ben più profonde che esulano da questo articolo ma per intendersi un monitor da 3 pollici di una D90 da 920.000 pixel non avrà la stessa resa di un monitor di una D3 a pari caratteristiche.

Ma andiamo indietro di qualche anno....

Le prime reflex digitali come una Nikon D100 o una D70 montavano dei piccolissimi schermi che riproducevano immagini con colori quasi psichedelici senza dettaglio e questo ha fatto si che ci abituasse a non prendere assolutamente in considerazione quello che vedevamo a monitor ma ci limitavamo al solo controllo dell'istogramma per valutarne l'esposizione.

Bene! Oggi per fortuna questo è solo un lontano ricordo, ma nonostante tutto sono in molti ancora a non fidarsi dei loro visori venendo meno a quella sicurezza necessaria durante la ripresa e affidandosi sempre più a ciò che l'immagine può diventare davanti ad un PC.
Non è sempre così!

Nessun Miracolo.....


Le due immagini sopra mostrano come lo stesso file può prendere o non prendere vita.
Mettendomi nei panni del meno esperto e dovessi scattare una foto come quella di sinistra è palese che il pensiero è rivolto subito al mio scatolone a casa fatto da cpu, hard disk, monitor, calibratori e una variegata fornitura di software che mi consentiranno di riprodurre fedelmente ciò che il mio occhio ha visto ma che in realtà la macchina non è stata in grado riprodurre.
Non sottovalutiamo anche le zone in ombra perché la dove non avremmo una corretta illuminazione inevitabilmente utilizzeremo (per chi ne è provvisto) di illuminatori ausiliari per schiarirle.......siamo sicuri che in realtà la luce non sia già sufficiente?
Ecco che il più delle volte vediamo nel web immagini fantastiche abbruttite da interventi in fase di scatto o da post produzioni aberranti.


Nei due ritagli si vede molto bene come la mancanza di un controllo sul colore sottoesponga le zone in ombra ma attenzione, nel caso dell'immagine che vediamo sopra oltre a non essere stato utilizzato il controllo D-Lighting (funzione che permette di recuperare le ombre perse) non è stato utilizzato nessun illuminatore ausiliario.
Se solo avessi voluto schiarire la parte tra le ali e le zampe del Gasteruption assectator con un flash, inevitabilmente avrei la luce riflessa per la particolarità stessa della superficie riflettente delle ali.

IMPOSTIAMO I PARAMETRI

Purtroppo, non avendo la possibilità di mettervi a disposizione la schermata dei controlli colore di ogni singola marca di reflex, potrete prendere come riferimento le voci che verranno elencate e per chi usa Canon il rapporto della scala è di 1 a 2 rispetto a Nikon ovvero: dovrà muovere il cursore di due tacche per avere all'incirca lo stesso effetto.
Le voci su cui agiremo sono la Nitidezza, il contrasto la Saturazione e la Tonalità stando attenti a quest'ultimo sul colore che predomina sullo sfondo in quanto, la Tonalità agirà sui toni rossi e verdi quindi se ipoteticamente avete una foto dove il rosso predomina porterete il cursore in posizione positiva e viceversa se il colore predominante è il verde lo porterete sul negativo ma se volete esaltare ulteriormente uno dei due colori muovere il cursore nella posizione contraria a quanto ho descritto.
Prima di tutto agire sul controllo nitidezza portandolo ad un valore da +5 massimo +6.
Attenzione a non esagerare perché altrimenti per quelle riprese dove siamo obbligati ad alzare gli ISO provocherebbe "sommato al rumore degli alti ISO" molta grana.
Adesso impostare il contrasto a +1, questo parametro ci consente di avere una maggior rotondità delle superfici e una maggior marcatura dei profili così da percepire una tridimensionalità più piacevole.
La luminosità lasciamola a 0
Ora portare il cursore della saturazione a +1, anche in questo caso fate attenzione a non esagerare. Questo comando serve per vivacizzare i colori e renderli più brillanti ma abusare di questa funzione, sommato ad un maggior contrasto, esalterebbe a tal punto i colori tanto da peggiorare il suo rendimento.
La Tonalità. Come avevo accennato prima sarà l'unico comando che in base alle situazioni che vi ritroverete dovrà essere variato anche se sinceramente ad oggi sono state solo due le occasioni che sono dovuto intervenire. Impostarlo su +1.

CONCLUSIONI

Finito di impostare le vostre regolazioni dovrete avere un identico schema come quello a sinistra.
Per chi ha una Nikon D200 o D300, modelli superiori o professionali può salvare le impostazioni rinominando a proprio piacere il controllo colore con l'apposito comando Gestisci Controllo Immagine e richiamarlo quando più vi fa comodo.
Adesso sarete in grado di produrre immagini con colori più accattivanti ricche di bellissime sfumature.
Per avere una resa migliore vi consiglio di utilizzare queste impostazioni quando la luce ambiente è morbida e diffusa come le prime luci del mattino o la sera al tramonto.

Articolo scritto e gentilmente concesso da Simone Tossani

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22 settembre 2010

I migliori siti web di Fotografia

I migliori siti web tra blog e canali Youtube di fotografia e post produzione.

In giro per il web ci sono una mole enorme di siti web di fotografia, in questi 4 anni di vita da Blogger Fotografo ne ho girati parecchi, molti di voi mi hanno spesso chiesto dove poter trovare altro materiale inerente il mondo della fotografia su internet, in questo articolo la mia risposta.

Lista dei migliori blog di fotografia:

Marco Crupi Blog Fotografico http://marcocrupifoto.blogspot.com/

La Fotografia a 360° una raccolta completa di Tecniche fotografiche, Tutorial per Photoshop, Articoli e video realizzati da fotografi professionisti su svariati argomenti dalla fotografia naturalistica alla fotografia in studio e Corsi di Fotografia e di Photoshop da livello base ad avanzato.



Epì Paidèia - http://www.epipaideia.com/

Giornale online di arte e cultura, ha un ottima sezione dedicata alla fotografia, come il mio sito spazia dai grandi fotografi alle news sugli ultimi modelli di fotocamere.



Digital Post Production.it www.digitalpostproduction.it/

Blog dedicato alla post produzione, l'autore del sito è Francesco Marzoli un bravissimo grafico che ha realizzato dei Tutorial per Photoshop davvero utilissimi.
Più in basso dove parlo dei canali YouTube troverete anche il suo.




 Video tutorial su Photoshop, Dreamweaver, Illustrator, After Effects, Premiere e Fotografia digitale.

I migliori Canali YouTube di fotografia:

Digital Post Production il canale di Francesco Marzoli 

Il canale YouTube del sito che vi ho presentato di sopra.




 
Una sconfinata lista di Tutorial video per Photoshop Luciano Boschetti Fotografo.






Photoshop e ancora Photoshop, perché di imparare non si finisce mai.



 
PlayerDue il canale di NomedSenkrad 

Video lezioni di fotografia digitale

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20 settembre 2010

Lunghezza focale degli obiettivi, differenza fra zoom e ottica fissa



PDF dell'articolo scaricabile QUI

Articolo di Claudia Rocchini per FOTOGRAFIA REFLEX - Agosto 2010

Parliamo di lunghezza focale degli obiettivi. Cosa cambia fra uno zoom e un’ottica a focale fissa? Quali sono le differenze di prospettiva e composizione?

Uno dei blablabla più ricorrenti tra fotoamatori “nati imparati” riguarda il confronto di prestazioni tra obiettivi a focale fissa e obiettivi zoom, quasi fosse una gara. Se ne parla prevalentemente per fattori qualitativi, con opinioni basate su parametri quali nitidezza, luminosità, velocità di messa a fuoco, distorsioni eccetera. Più raramente si discute di modalità compositive e relative differenze, se non in termini negativi riferiti ai presunti limiti di composizione degli obiettivi fissi, e le osservazioni più frequenti in merito tipo “Sono troppo lungo o troppo corto” oppure “I fissi danno più soddisfazioni in termini di qualità, ma tocca muoversi per ottenere l’inquadratura giusta” non sono quasi mai accompagnate da riferimenti sulle condizioni di ripresa, l’unica discriminante che forse potrebbe giustificare affermazioni così categoriche.

Per discutere con cognizione di causa si dovrebbe specificare di quale genere fotografico si sta parlando e in quale situazione ci si trova perché cambia molto sapere se si è in montagna sull’orlo di un burrone (e dunque limitati nei movimenti) oppure se si è in un prato alpino con infinite possibilità di azione. L’argomento principe a sostegno degli obiettivi zoom è che essendo dotati di molteplici escursioni focali vengono ritenuti più comodi perché “permettono di avvicinare e allontanare il soggetto inquadrato”. Punto. Ciò che stupisce è che quasi mai si parla di come cambia la prospettiva a seconda del tipo di focale scelta o subìta, come se questa variabile fosse ininfluente per la resa finale dello scatto. Da ciò si deduce che in moltissimi casi gli obiettivi zoom vengono considerati solo ed esclusivamente in base al fattore di ingrandimento senza che ci si ponga il problema di come funzionino tecnicamente né di conseguenza il loro corretto utilizzo. Durante una recente escursione naturalistica, un ragazzo con attrezzatura professionale, una reflex full frame con un tele da 300mm fisso luminosità f/2.8, era molto interessato alla mia attrezzatura, soprattutto all’obiettivo (un 70-200mm con duplicatore di focale): “Volevo prenderlo, ho scelto il 300mm per la qualità, ma lo voglio vendere perché con i fissi non mi trovo bene a comporre. Lo zoom è più comodo, non mi devo muovere e i risultati non cambiano”. Di fronte a simili castronerie, dette con molta convinzione, è inutile discutere. E poi avevo voglia di provare il suo obiettivo, così gli ho proposto di fare uno scambio con il mio e di valutare sul campo la resa.

Nella pagina a fianco e sopra, un Girifalco (Falco rusticolus), nato in cattività e ripreso alle Oasi
di Sant’Alessio (PV) durante una sessione di falconeria condotta da Roberto Mazzetti, maestro
falconiere. In priorità di diaframma, l’obiettivo fisso a 180mm con duplicatore mi è stato
molto utile nella composizione d’istinto sia nella fase di stallo sia durante la picchiata del falco.

Sotto, un Pellicano riccio (Pelecanus crispus) durante una planata prevista. E’ una foto sbagliata:
la scelta della modalità manuale e lo zoom 70-300mm a 170mm, utilizzato per il solo fattore
di ingradimento, hanno portato a evidenti errori compositivi e di esposizione
 Mi sono molto divertita a osservarlo fotografare perché già immaginavo il comportamento: infatti, anche in presenza di soggetti statici e con possibilità di avvicinarsi considerevolmente, si limitava a maneggiare il barilotto dello zoom alla ricerca della giusta inquadratura, senza mai muoversi dal punto in cui era: “Caspita quanto è comodo lo zoom! E se anche tu l’hai preferito al fisso un motivo ci sarà”. Il motivo, avrei potuto
rispondere, è solo la comodità di non dover portare con me troppi obiettivi, ma quando e se possibile uso lo zoom come se fosse un fisso. Invece ho preferito stimolarlo con domande ad hoc: “Ti sei mai chiesto perché sugli zoom sono riportate le lunghezze focali? A cosa dovrebbero servire visto che secondo te il barilotto serve solo per ingrandire o rimpicciolire i soggetti?”. E ancora: “Lo sai che zoomando cambia non solo l’inquadratura ma anche la focale e, di conseguenza, tutta la prospettiva?” E infine: “Non ti sfiora il dubbio che uno zoom, fermo restando che ci siano le condizioni di ripresa adatte, andrebbe usato come se fosse un fisso e l’unica differenza è che non sei costretto a cambiare obiettivo?”. E’ andato in crisi, senza sapere cosa rispondere. Gli ho proposto alcuni esercizi, basati sul cambio di focale e di distanza dal soggetto, adatti a verificare le variazioni della prospettiva. Tenendo come riferimento la stessa scena che aveva fotografato fino a quel momento (soggetto statico su sfondo distante) gli ho detto di ribaltare il suo approccio comportamentale, facendogli selezionare la focale desiderata prima di scattare e partendo da 70mm. Poi gli ho fatto impostare la focale a 135mm e visto che si voleva mantenere la stessa inquadratura e dimensione del soggetto, l’ho costretto ad allontanarsi. Infine, stesso procedimento a 200mm. Visionando i tre scatti, si è accorto che a 70mm era presente maggiore sfondo a una determinata prospettiva, a 135mm lo sfondo era più vicino e sembrava essercene di meno (effetto causato dall’inizio di compressione della prospettiva) mentre a 200mm addirittura sembrava essere tutt’uno con il soggetto perché la prospettiva veniva notevolmente compressa.

Tre esempi di scatti ottenuti utilizzando lo zoom alla massima escursione focale, 300mm, in tre modalità differenti: manuale, priorità di tempi e priorità di diaframma. Nelle foto dei martin pescatori e degli aironi (a sinistra) non avevo possibilità di avvicinarmi né di pensare alla composizione, dunque la scelta è stata obbligata. Viceversa nella foto del pappagallo in acrobazia a testa in giù (sopra), ho avuto sia il tempo di gestire in manuale le impostazioni della fotocamera sia di comporre la fotografia: mi è bastato attendere il momento giusto.
Vedendolo ancora perplesso e poco convinto, gli ho fatto l’esempio di quanto succede con le riprese cinematografiche: è la stessa differenza tra carrellata e zoomata, nel primo caso (obiettivo fisso) si ha sempre
la stessa focale ma avvicinandosi e allontanandosi cambia la prospettiva; nel secondo caso (obiettivo zoom) si ingrandisce via via l’immagine che si ha nel mirino perché variando la focale cambia anche la prospettiva. Lo stesso discorso vale per gli zoom grandangolari, l’unica differenza è che con focali corte avremo più soggetti nella scena con sfondo più visibile, ma il meccanismo non cambia. “Esistono zoom grandangolari?”, ha candidamente replicato il ragazzo, dimostrando la purtroppo diffusa equazione “zoom uguale ingrandimento uguale teleobiettivo”. Incuriosita, gli ho chiesto come mai, essendo palesemente agli inizi, avesse scelto un corredo professionale: “Mi permette di ottenere fotografie da urlo e di imparare strada facendo con la miglior attrezzatura a disposizione”. Sigh. Per cercare di fare un po’ di chiarezza, proviamo a individuare alcuni dei più diffusi luoghi comuni legati alle prestazioni e all’utilizzo di obiettivi fissi e zoom.

Partiamo da un semplice assunto: non si può dire cosa è meglio o cosa è peggio, perché la scelta dell’obiettivo è o dovrebbe essere un mero fattore espressivo, legato alla predisposizione personale e al genere fotografico preferito. L’importante è conoscere peculiarità e caratteristiche degli obiettivi in base a ciò che si vuole raccontare fotograficamente: sapere come si comportano in differenti situazioni (per esempio come varia la prospettiva) permette di previsualizzare l'immagine, e abbiamo già detto come la previsualizzazione si rivela fondamentale per “giocare” anche con l’impatto emotivo di una fotografia.


Altra caratteristica che, se presa da sola, è decisamente poco utile per una corretta scelta è quando si valuta l’apertura come discriminante, vedi il mito dello zoom a f/2.8 (con il risultato che uno zoom con questa luminosità, alla massima focale costerà molto di più del fisso corrispondente). Perché prima non proviamo a chiederci come siamo predisposti nei confronti delle varie lunghezze focali? Come pensiamo di utilizzare lo zoom? Lo useremo prevalentemente per il suo fattore di ingrandimento rimanendo fissi in una postazione, oppure lo considereremo come una serie di ottiche fisse, impostando di volta in volta la focale che ci interessa e muovendoci per comporre? E qui diventa discriminante non tanto la luminosità e/o la focale ma il genere fotografico che prediligiamo perché è chiaro che se per esempio ci dedichiamo prevalentemente alla fotografia sportiva (vedi fotografie a bordo campo durante una partita di calcio) sarà corretto utilizzare lo zoom per il fattore di ingrandimento: a priori non possiamo sapere dove si svolgerà l’azione e non possiamo di certo utilizzare più fotocamere con differenti obiettivi, così dovremo sfruttare lo zoom per arrivare proprio lì dove c’è l’azione per poterla raccontare. Ma se ci dedichiamo per esempio alla macro o alla paesaggistica, generi in cui si utilizzano prevalentemente diaframmi chiusi e si ha tutto il tempo per muoversi e pensare a come comporre, a cosa ci servirà uno zoom con quella luminosità? Riguardo la composizione, la teoria insegna come gli elementi che contribuiscono alla corretta composizione sono le linee, le forme, i colori o le aree bianche, nere e grigie nelle immagini bianconero. Essi devono essere in relazione l’uno con l’altro all’interno della fotografia per creare una disposizione armoniosa e mantenere lo sguardo all’interno della cornice. (Dalla visione all’inquadratura – Come trasformare in fotografia la vostra intuizione visiva, di Ernst Wildi per La Biblioteca del fotografo, Editrice Reflex).

Questi principi si assorbono molto meglio quando si inizia a fotografare utilizzando obiettivi fissi e non si è ancora scelto un genere fotografico preferito, perché si è costretti a pensare alla composizione fino a quando non diverrà automatica, e solo a quel punto, a mio avviso, potremo passare agli zoom. Invece oggigiorno si parte con gli obiettivi zoom per arrivare ai fissi convinti che “la qualità dei fissi sia molto superiore rispetto agli zoom”. 

Ciò può essere vero se parliamo di zoom standard o di medio livello, ma con gli zoom professionali, a sentire i professionisti, le differenze non sono poi così notevoli figuriamoci dunque per noi “semplici” fotoamatori. Per non parlare dei costi, (un obiettivo fisso che apre a f/2.8 costa di meno rispetto allo zoom corrispondente, dotato cioè di quell’apertura alla massima focale), del minor peso, della maggior velocità di messa a fuoco e delle maggiori aperture disponibili. Uno degli errori compositivi più frequenti quando si utilizza un teleobiettivo zoom in prevalenza per il fattore di ingrandimento, cioè quando non si sceglie a priori la focale perché non si può oppure perché non si ritiene sia importante, sono le composizioni troppo strette con soggetto centrale.

Così facendo si finisce col dare troppa importanza al soggetto principale a scapito del corretto bilanciamento nella fotografia di tutti gli elementi. Perché succede ciò? Per pigrizia e perché abbiamo assorbito abitudini errate: l’ansia di ingrandire per ottenere più dettagli possibile ci fa trascurare quasi del tutto gli altri elementi della scena, vedi la fotografia del pellicano in planata sull’acqua. Suggestiva, certo, ma con composizione stretta, centrale e con l’aggiunta di errori espositivi dovuti a fretta e distrazione. E questo ci porta direttamente a un altro punto critico dell’utilizzo dello zoom, cioè l’eccesso di possibilità compositive. Teniamo presente che appena prima di scattare siamo costretti in pochi attimi a fare una serie di scelte: studio della composizione, modalità di scatto, diaframma, sovra o sottoesposizione ed eventuale compensazioni, bilanciamento del bianco, valori ISO, lunghezza focale eccetera. Con lo zoom la vita si complica e se lo utilizziamo solo per il fattore di ingrandimento ci dimenticheremo molto di frequente che con il variare della lunghezza focale varia anche la luminosità.
Molti sono convinti che basti lavorare a priorità di diaframmi per non preoccuparsi più, salvo poi stupirsi degli scatti mediocri e sostenere nei casi più assurdi che “quell’obiettivo non è poi così luminoso come credevo”.
Se poi si fotografa in manuale, che è quanto stavo facendo con la fotografia del pellicano, la questione si fa ancora più complessa, perché se varia l’apertura non interviene la fotocamera per le opportune modifiche degli altri parametri, ma dovremo pensarci noi. Però nella maggior parte dei casi o ce ne scordiamo o non ne abbiamo il tempo. Se avessi avuto un obiettivo fisso o se avessi utilizzato lo zoom in modo corretto scegliendo una focale e tenendola per tutta la planata, non sarei caduta negli errori fatti. Sarà anche vero, se si sbaglia poco probabilmente non si sta facendo nulla di interessante, ma questi errori capitano molto di meno con i fissi perché siamo costretti a calcolare in anticipo la composizione, anche nel caso di soggetti in movimento.

Volevo esercitarmi sulla composizione di soggetti in movimento e/o a rischio di
movimento diversamente dal mio solito approccio. Ho così scelto di dedicarmi alle
riprese di frenetici gattini in un fienile, e per non avere troppe cose cui pensare ho
lavorato in priorità di diaframma utilizzando un 50mm a focale fissa col diaframma aperto
a f/1.4. Ottenere inquadrature suggestive è stato più semplice di quanto pensassi.
E dunque, ciò detto, non vale forse la pena considerare le minor scelte compositive degli obiettivi fissi come un vantaggio e non un limite perché abbiamo una cosa in meno cui pensare prima dello scatto? Ricordiamoci poi che quando avremo imparato la resa prospettica delle varie focali, arriveremo a sapere in automatico come verrà una fotografia, ma se non sappiamo come si comporta il nostro obiettivo a 18, 24, 35, 50, 70, 35, 200mm e via dicendo, perché non ce ne preoccupiamo, nel tempo arriveremo a mettere in dubbio la nostra capacità di previsualizzazione, un elemento, questo, che andrebbe preservato molto di più di mille tecnicismi. Un ultimo punto, importante per capire come mai la qualità fotografica amatoriale sembra essere in generale piuttosto mediocre, è che l’avvento della tecnologia digitale con relative vendite di kit composti da corpo macchina e obiettivi zoom, hanno involontariamente portato a una diseducazione alla corretta  composizione. In passato i corpi macchina venivano venduti con un 50mm a corredo, mentre oggi chi acquista un kit entry level con zoom standard 18 - 55mm sarà portato a scegliere, in aggiunta al corredo di base, uno zoom più potente che copre ulteriori lunghezze focali piuttosto che comprare un obiettivo fisso. Chiariamo: non necessariamente questo tipo di approccio è scorretto, ma lo diventa nel momento in cui non ci si preoccupa di approfondire il funzionamento degli obiettivi, per ritrovarsi con centinaia di fotografie dozzinali e magari a dare pure la colpa all’attrezzatura.

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