31 gennaio 2011

Daguerre e il dagherrotipo - Storia della fotografia


Il pittore francese Louis-Jacques-Mandé Daguerre fu portato a sperimentare il processo fotografico dalla sua passione per l’arte e per l’illusione; egli aveva infatti aperto due Diorami, esibizioni pittoriche arricchite da effetti dovuti a continui cambiamenti di luce, a Parigi e a Londra.

Nel 1829 egli iniziò una collaborazione con Joseph Nicéphore Niépce e suo figlio Isidore, ai quali è attribuita la prima fotografia permanente scattata tra il 1826 e il 1827 dal terrazzo della sua abitazione.

Nel gennaio 1839 l’Accademia delle scienze francese annuncia l’invenzione del processo del dagherrotipo.

Si tratta di una placca di metallo, ricoperta da una sottile foglia di argento puro, cosparsa di iodio. Deve essere usata entro un’ora dalla sua preparazione, collocandola in una camera oscura dotata di obiettivo. Il tempo di posa varia da 15 a 30 minuti e l’immagine verrà poi resa visibile in seguito allo sviluppo effettuato con vapori di mercurio.

Si tratta di un’immagine positiva, cioè con il bianco e il nero non invertiti, finissima nei dettagli e nelle ombre ed è un pezzo unico non riproducibile.

Il governo francese acquistò i diritti per l’utilizzo pubblico del dagherrotipo e fu assegnata a Isidore e Daguerre una pensione a tempo indeterminato.

Il processo del dagherrotipo si diffuse in tutta Europa anche grazie a un manuale scritto da Daguerre stesso poi tradotto in diverse lingue e alla diminuzione dei tempi di esposizione possibile grazie ai progressi della chimica, divenendo il principale metodo per creare fotografie.

Tuttavia la dagherrotipia verrà presto accantonata a favore nel nuovo metodo introdotto dall'inglese William Henry Fox Talbot, di cui parleremo al prossima volta. (trovate l'articolo qui: Talbot e il negativo - Storia della fotografia)

Se siete interessati a degli approfondimenti o volete contattarmi e dare un'occhiata alle mie foto mi trovate su Facebook.

Ciao, Sara

29 gennaio 2011

Riflessione sui concorsi fotografici e critica ai fotocontest con "voto popolare"

Ho deciso di scrivere questo articolo dopo l'ennesima volta che un contatto facebook mi manda un messaggio in cui mi prega di votare la sua foto candidata a un concorso fotografico.
Il mio non vuole essere un attacco semplice e gratuito contro un sistema (purtroppo molto diffuso) ma un'analisi critica.

Questo tipo di concorsi non riguarda solo la fotografia, ma anche altri campi dell'arte.

Ho da fare anche una piccola premessa, non sono totalmente a sfavore dei concorsi fotografici con il voto, ci sono siti web come fotocontest.it che hanno elaborato sistemi complessi di votazione anonima fra i soli partecipanti in cui è praticamente impossibile barare e c'è un certo grado di meritrocrazia.

In cosa consistono i concorsi fotografici a votazione?

Solitamente vengono organizzati sul web o sul territorio cittadino da circoli fotografici o associazioni culturali, le regole sono semplici, ognuno espone una fotografia che deve essere votata dalla gente.

Cosa comporta tutto ciò?

Comporta inevitabilmente che i partecipanti facciano di tutto per vincere la coppa del nonno cercando di coinvolgere il maggior numero di amici e conoscenti possibile, creando eventi su facebook del tipo "VOTAMI PER IL CONCORSO FOTOGRAFICO DI PINCO PALLINO", mandando email, messaggi sul cellulare e su facebook ecc.. finisce in pratica che chi ha più parenti e amici da portare vince.

IPOTIZZIAMO....

Che io decida di partecipare a uno dei tanti fotocontest su facebook, il regolamento è semplice, chi riceve più voti dal pubblico vince, utilizzo la foto che ho sulla carta di identità (qualcosa di più orribile non si può trovare), oltre me partecipa una persona che realizza ritratti degni di una pubblicazione su Vogue, mettiamo che a differenza mia abbia pochi contatti facebook, il poverino è destinato a perdere, poiché la gente che guarderà le foto voterà quella del parente/amico e non quelle che più gli piacciono!

INEVITABILMENTE la mia fototessera vincerà anche contro un ritratto realizzato dal futuro Irving Penn, anzi, arriverà ultimo se è un tipo che non vuole elemosinare voti perché crede nella sua arte.

Ho fatto un semplice esempio, un po' estremo, per farvi capire che in fin dei conti succede sempre così, chi porta più amici a votarlo vince, a meno che il fotocontest non sia affollato da migliaia e migliaia di persone non legate a nessuno degli artisti, ma questo è il caso dei grandi eventi (che comunque utilizzano una giuria) non certo di piccole associazioni culturali, di gruppetti su facebook o dei concorsi organizzati dai forum.

Ho appena parlato del voto di tipo popolare, passiamo adesso ad analizzare il caso del voto tra fotografi, spessissimo utilizzato in forum, siti web di riviste e community fotografiche online, come ho già detto a meno che non sia praticato sotto specifiche e severe condizioni di anonimato si tramuta spesso e volentieri in voto di scambio, chi fa più marketing alle sue foto vince, semplice, mi era successo sul sito di Focus.it molti anni fa, spero abbiano cambiato il sistema dei concorsi fotografici, in quel caso specifico c'erano foto oggettivamente orrende con migliaia di voti e foto spettacolari con 1 o 2 voti, realizzate da persone che evidentemente pensavano più a fare fotografia che pubblicità e che come me non sopportavano l'idea di andare a elemosinare voti.

Ma perché questo sistema di voto?

Chi organizza un concorso con la regola del "voto popolare" sa benissimo che i partecipanti faranno come dei pazzi per portare il più alto numero persone possibile, così facendo viene pubblicizzato gratuitamente l'evento e di conseguenza l'associazione o il sito web che lo ha organizzato.

Non è difficile organizzare una giuria di gente che se ne intende nella propria città (solitamente lo fanno anche gratis per pura passione).

UNA RIFLESSIONE

La fotografia come la pittura è una forma d'arte, ovviamente a un livello basso o medio-basso può essere facile dire quale foto sia la "migliore" in un determinato genere fotografico, ma quando il livello tecnico/artistico dei partecipanti è alto la questione è più complicata, a un certo punto la tecnica non c'entra più perché entrano in gioco altri fattori e allora si giudica in base ai gusti personali e il giudizio inevitabilmente diventa molto soggettivo. Più o meno come cercare di stabilire se è più buona la cioccolata a latte o fondente, io spesso mi domando, chi ha il diritto di dire questa foto è meglio di quest'altra? Faccio un esempio per assurdo, se a un concorso fotografico sulla fotografia di moda partecipassero Richard Avedon e Irving Penn che possiedono 2 stili fotografici molto diversi tra loro, in base a cosa si può giudicare chi ha realizzato la foto migliore? Chi può dire questa foto è meglio di questa? Diventa solo una questione di gusto, il resto sono chiacchiere e speculazioni pseudo scientifiche.

Ho trovato una bellissima citazione girando per il web e voglio condividerla con voi a chiusura di questo articolo:

Non so dirti quando una foto è bella o no, ma la so riconoscere. È come quando ti innamori di qualcuno, tu non conosci niente di quella persona, ma senti che c’è qualcosa che fa per te”. [LETIZIA BATTAGLIA]

DOVE ACQUISTARE FOTOCAMERE, OBIETTIVI, ACCESSORI E LIBRI

A mio parere Il sito più sicuro e con le offerte più vantaggiose anche per gli acquisti online di materiale fotografico è Amazon.it, famoso per la sua assoluta affidabilità, state sicuri che se comprate il prodotto arriverà in poco tempo e in condizioni perfette a casa vostra!


L'effimero valore delle Fotografie


Io a casa , spesso metto un pò di ordine tra le cose accumulate nel tempo, come tutti del resto. Ma a differenza di molti, getto via oggetti che che ritengo vecchi e inutili, butto la bomboniera del marimonio della cugina, i piatti da appendere che mi hanno regalato, le vecchie cose che mi appartenevano ma che non mi interessano più: la collanina della nonna o il biglietto del metrò preso a Parigi eccetera.

Ma non ho mai buttato una foto.

Ho i cassetti pieni di foto. Dove, neanche a dirlo, io non ci sono quasi mai.

E spesso nel fare pulizia delle vecchie cose, mi fermo in un cassetto dove riscopro un vecchio negativo, una vecchia diapositiva, e mi perdo. Mi perdo nel tempo. Scopro sempre una foto, un attimo che avevo dimenticato ma che mi si ripresenta lì, con tutta la sua forza.

Ricordo l'attimo, il profumo di quel momento, il freddo o il caldo, a volte anche il diaframma e il tempo di esposizione. Anche se sono passati molti anni. Nel rivedere una vecchia foto mi tornano in mente i vecchi amici, la musica che ascoltavo allora, e mi chiedo se avevo già la Nikon o usavo ancora la vecchia e meravigliosa Pentax . O forse era il periodo che avevo la Zenit. E torno indietro con i ricordi.

Rivedo le primavere, gli inverni e le albe passate ad aspettare un gabbiano che passasse nella mia inquadratura del sorgere del sole. Oppure nella pista di pattinaggio ad aspettare qualcuno che cadesse in modo ridicolo.

Poi penso alla foto che non ho scattato e che avrei voluto fare. Ma il momento mi era sfuggito.

Poi trovo foto sfocate, che avrei dovuto buttare, quelle sovraespote, quelle inutili che non mostrerei mai a nessuno. Eppure, anche in quelle, trovo e sento il profumo e la bellezza della testimonianza di un attimo effimero.

Sono contento di non aver mai buttato una foto.

Articolo scritto da Sandro Ficco - Lo puoi trovare su Facebook



28 gennaio 2011

Wayne Martin Belger e le sue macchine fotografiche speciali

Questo articolo non è stato scritto da me ma è stato preso da Bizzarro Bazar, non è un sito di fotografia ma è un sito che tratta "dello strano e del meraviglioso", poiché il gestore del blog permette di copiare gli articoli a patto di citare la fonte riporto sul mio blog questo interessantissimo post perché voglio condividerlo con voi.


Wayne Martin Belger, nato nel 1964, ha un curriculum che si potrebbe definire perlomeno eclettico: ha fatto il cercatore di tesori professionista, l’istruttore di roccia così come di scuba diving, il musicista, il giocatore di hockey, il guidatore di treni e il manicure. Ma ora pare aver trovato la sua strada.

Le macchine fotografiche che costruisce sono le più incredibili al mondo. Si tratta di apparecchi stenoscopici, vale a dire fotocamere che sfruttano il concetto di camera oscura nel momento dello scatto. La fotocamera utilizza un foro stenopeico (dal greco stenos opaios, dotato di uno stretto foro), in pratica un semplice foro posizionato al centro di un lato della fotocamera, come obiettivo. La pellicola viene impressionata dalla luce che penetra nel foro. Per far sì che l’immagine sia nitida, è necessario un tempo di esposizione di quasi due ore.

Ma non è questo che rende le sue macchine fotografiche particolari. Wayne Belger, infatti, le costruisce a seconda del soggetto che dovrà fotografare. Lo strumento diviene una sorta di “altare” magico che permette di catturare l’essenza stessa dell’oggetto della foto. Ecco allora che le sue fotocamere diventano degli ibridi postmoderni di metallo, legno e materia organica.

Facciamo un esempio: volendo fotografare delle donne all’ottavo mese di gravidanza, Belger progetta e costruisce una macchina stenoscopica che contiene al suo interno il cuore (vero) di un bambino.




Questo gli permette di rendere “sacro” il suo strumento, e visto che i tempi di esposizione sono così lunghi, di trasformare l’atto di fotografare in un rituale che unisce, come in un procedimento alchemico, la luce e il tempo. Ecco alcune delle foto scattate con questa macchina fotografica:


Altri esempi: per una serie di fotografie che ritraggono preti, imam o rabbini in preghiera, Berger ha costruito una macchina fotografica che contiene al suo interno parti della Bibbia, del Corano, della Torah, e un pezzo metallico che faceva parte dell’armatura architettonica delle Torri Gemelle.

Un altro pezzo della sua collezione è ricavato dal teschio autentico di una ragazzina di 13 anni, nel quale il foro per le fotografie è stato praticato all’incirca all’altezza del famoso Terzo Occhio della mistica orientale.


Ma lo strumento probabilmente più bizzarro ed estremo è la cosiddetta untouchable camera (“la macchina fotografica intoccabile”). Si tratta di un pezzo realizzato per una serie di fotografie di malati di AIDS. Belger ha disegnato questo apparecchio, che al posto dei comuni filtri fotografici ha delle lastre di vetro contenenti il sangue positivo all’HIV dei suoi soggetti. Attraverso il loro stesso sangue infetto, Belger ha dunque fotografato, mettendoli in posa per due ore, alcuni malati, ottenendo fotografie suggestive ed evocative. Sono scatti forti, potenti, reminiscenti di certo dell’opera di Witkin, ma ancora più commoventi se si pensa al metodo quasi “religioso” con cui sono stati ottenuti.

 

Ecco il link al sito di Wayne Martin Belger.



Una macchina fotografica di Pannolenci by ChiorArte

Probabilmente (anzi sicuramente) questo post non interessa ai fotografi ma potrebbe interessare di più le fotografe (o alcune di loro spero).

La mia migliore amica ChiorArte ha realizzato per me una macchina fotografica in pannolenci, la particolarità di questa fotocamera è che i megapixel variano a seconda del numerino che gli attacchi sopra xD

Perdonatemi, torno serio, questo è un articolo che ho fatto per ringraziala e per farvi conoscere il suo magnifico blog al link http://chiorarte.blogspot.com/.

Nel suo blog si parla di fimo, pannolenci, crochet, tricot, cucina, cucito, perle, perline, bottoni, pittura, scultura, architettura, riciclo e di tanto altro, è un'artista dalle mille passioni e penso che nel suo sito web troverete tante cose interessanti ;-)

Tornando a noi, la macchina fotografica in pannolenci che ha realizzato ha anche il pulsante di scatto funzionante!



27 gennaio 2011

La fotografia di Sebastião Salgado

Sebastião Salgado

Questo articolo fa parte della rubrica: I migliori fotografi Contemporanei

Sebastião Salgado nato ad Aimorés Brasile nel 1944, dopo una formazione universitaria di economista e statistico, in seguito ad una missione in Africa decide di diventare fotografo.

Nel 1973 realizza un reportage sulla siccità del Sahel, nel 1974 entra nell'agenzia Sygma e documenta la rivoluzione in Portogallo e la guerra coloniale in Angola e in Mozambico. Nel 1975 entra a far parte dell'agenzia Gamma ed in seguito, nel 1979, della celebre cooperativa di fotografi Magnum Photos. Nel 1994 lascia la Magnum per creare Amazonas Images, una struttura autonoma completamente dedicata al suo lavoro. Salgado si occupa soprattutto di reportage di impianto umanitario e sociale, consacrando mesi, se non addirittura anni, a sviluppare e approfondire tematiche di ampio respiro.




Salgado approda tardi nel mondo della fotografia, occupandovi subito una posizione di primo rango. Le sue opere attirano l’attenzione su tematiche scottanti, come i diritti dei lavoratori, la povertà e gli effetti distruttivi dell’economia di mercato nei Paesi in via di sviluppo.


Una delle sue raccolte più famose è ambientata nella miniera d’oro della Serra Pelada, in Brasile, e documenta un abuso dei diritti umani senza precedenti dai tempi delle grandi piramidi egiziane. Migliaia di persone sono ritratte mentre si arrampicano fuori da un’enorme cava su primitive scale a pioli, costretti a caricare sacchi di fango che potrebbero contenere tracce d’oro.

Salgado scatta nel modo tradizionale, usando pellicola fotografica in bianco e nero e una fotocamera standard da 35 mm: strumenti portatili e poco ingombranti. È nota la sua preferenza per le macchine Leica. Particolarmente attento alla resa dei toni della stampa finale, Salgado applica uno sbiancante con un pennello per ridurre le ombre troppo intense.

Articolo scritto da Vincenzo Antonini

Fotografia stenoscopica, i generi fotografici - Corso di Fotografia - Lezione 43

Il corso di fotografia online è estrapolato dal libro di fotografia intitolato "Manuale di Fotografia - Occhio, Mente e Cuore" in vendita a 3 euro in versione Ebook PDF.

Questo articolo fa parte del Corso di Fotografia Digitale Online.

Pinhole camera realizzata da Viacheslav Slavinsky Flickr.com/photos/svofski/

La stenoscopia è una tecnica fotografica che sfrutta il procedimento della camera oscura per riprodurre immagini. Tutto si basa sul foro stenopeico, (dal greco "stenos opaios"= stretto foro), il più delle volte praticato con uno spillo, da cui deriva il termine inglese di "pinhole" per definire questo tipo di fotografia.

Con questo procedimento si realizzano immagini poco nitide, perché i raggi luminosi provenienti dal soggetto inquadrato creano dei piccoli cerchi. Diminuendo il raggio del foro si aumenta la nitidezza, aumentando anche il tempo di esposizione e la probabilità di avere problemi di diffrazione.

L'elemento di particolare interesse in questo tipo di fotografia è quello di avere la nitidezza estesa a tutti gli oggetti inquadrati, con una conseguente profondità di campo illimitata.

Foto di Matt Callow con pinhole camera Flickr.com/photos/blackcustard/

Questo è un tipo di fotografia lenta, con tempi di esposizione lunghi, che possono variare dai secondi alle ore, a seconda del soggetto che si vuole riprendere.

Si crea dunque un' immagine attesa, voluta e cercata, che contiene elementi impalpabili a causa/grazie a questa nitidezza mancante.

Articolo scritto da Claudia Prontera

Qui in basso due video su come realizzare e costruire fotocamere artigianali pinhole, video tutorial a cura di Gino Mazzanobile.

La fotografia stenopeica - Prima parte



La fotografia stenopeica - Seconda parte


Mi presento - Sandro nuovo collaboratore/autore del blog

Ho avuto l'onore d'essere stato invitato da Marco in questo bolg, per chiaccherare di fotografia. Lo farò senza dubbio, ogni volta che riterrò di avere qualcosa di intelligente da dire. Cioè quasi mai....

Del resto parlare di fotografia in maniera intelligente è una contraddizzione in termini.

Le foto più belle che ho visto sono state scattate da dei pazzi.

In ogni caso spero di portare il mio piccolo contributo con brevi articoli e perchè no, anche qualche fotografia.
Un saluto a tutti e...
a presto.



26 gennaio 2011

Cos'è la fotografia - Storia della Fotografia


La parola fotografia ha origine da due parole greche: φῶς (luce) e γραφή (scrittura). Letteralmente quindi fotografia significa “scrittura con la luce”.

Il termine fotografia viene utilizzato con tre differenti accezioni: tecnica che permette di creare immagini su un supporto sensibile alla luce, un'immagine ottenuta con tale procedimento e la forma d'arte che utilizza questo processo.

La fotografia si basa su due principi fondamentali della chimica e della fisica: la reazione di alcuni particolari componenti chimici alla luce e la creazione di un’immagine quando la luce passa attraverso un’apertura in una camera oscura o in una scatola chiusa.

La sensibilità alla luce di alcuni prodotti chimici fu sperimentata attorno al 1727 dal filosofo naturalista Johann Heinrich Schulze; più antiche sono invece gli studi riguardanti i principi dell’ottica, dei quali troviamo traccia negli scritti di Aristotele, appartenenti al IV secolo a.C.

Alla base del processo fotografico troviamo la camera oscura, la quale molto tempo prima dell’invenzione della fotografia veniva utilizzata da vari artisti come aiuto nel disegno; basti pensare che essa fu utilizzata anche da Leonardo da Vinci. La luce entra nella camera o nella scatola oscura attraverso una piccola apertura e viene riflessa sul lato opposto di essa creando così un’immagine capovolta della scena circostante, che verrà corretta grazie all’aiuto di uno specchio.

La scoperta definitiva dell’intero processo che noi oggi chiamiamo fotografia avviene nel 1839 contemporaneamente in Francia e Inghilterra ad opera di Louis-Jacques-Mandé Daguerre e William Henry Fox Talbot, di cui parleremo la prossima volta. In verità, l'immagine piu' antica arrivata a noi ed è stata realizzata il 25-11-1826, da Joseph Nicéphore Niépce, ora conservata ad Austin, Texas, nel 1839 è l'anno in cui Daguerre cede i diritti del brevetto, in cambio di un vitalizio, all'accademia delle scienze di Parigi, 15 agosto 1839.

Se siete interessati a degli approfondimenti o volete contattarmi e dare un'occhiata alle mie foto mi trovate su Facebook.

Ciao, Sara

25 gennaio 2011

Fotografia Glamour, i generi fotografici - Corso di Fotografia - Lezione 39

Il corso di fotografia online è estrapolato dal libro di fotografia intitolato "Manuale di Fotografia - Occhio, Mente e Cuore" in vendita a 3 euro in versione Ebook PDF.

Questo articolo fa parte del Corso di Fotografia Digitale Online.


Se andate a tradurre in italiano il termine glamour otterrete come risultato la parola "fascino", quindi le foto di glamour non sono necessariamente dei nudi come molti erroneamente pensano, ma tutte le foto che riescono a trasmettere fascino e seduzione possono essere considerate "glamour".

Oltre la classica definizione di questo genere fotografico vi lascio una riflessione di una fotografa di Glamour di nome Patrizia Savarese.

Glamour (spesso abbreviato in Glam) è un termine inglese assimilabile all'italiano "fascino", in particolare con riferimento a eleganza, sensualità, seduzione. La fotografia glamour è un genere fotografico usato in pubblicità e in pornografia. Già, una stessa descrizione per due generi diversi.

Un concetto che non ho approfondito all'inizio della mia carriera di fotografa, 30 anni fa.

Facevo delle foto “Glamour”, e basta. Eravamo appena usciti da ondate di femminismo e di rivoluzione sessuale e la liberazione dai tabù era una parola d’ordine. Inconsapevolmente e quasi casualmente ho iniziato a fare foto di nudo.

Nei primi anni da fotografa quasi tutto ciò che facevo aveva il sapore della trasgressione, come essere l'unica donna fotografa sotto ai palchi dei concerti rock, o come essere una delle prime a occuparmi di nudo e di nudo maschile. Motivo per il quale m’intervistarono in tv, prima serata Rai 2, anni '80.

Ecco, dopo di ciò ho davvero iniziato a capire che la maggior parte della gente non aveva affatto assorbito l'idea di liberazione sessuale come la intendevamo noi ragazzi degli anni '70. Ero stata travolta da lettere maliziose, telefonate anonime, il 7 del Corriere (rivista allegata al Corriere della Sera) pubblicò una mia foto scattata in tour con gli Spandau Ballet, una foto innocente, secondo me, scattata dal loro manager in una stanza di un albergo a Madrid, su un lettone barocco (così tanto per ridere). Eppure, maliziarono che facessi le orge e le fantasie malate di alcuni partirono in tutte le direzioni. Segnali di mentalità repressa.

Per anni, il fatto che mi occupassi di foto di nudo incuriosiva maliziosamente gli uomini e di conseguenza infastidiva me. Non mi piaceva esporre né me né le mie modelle a questo genere di malizia.

Eppure, l'Espresso (giornale di sinistra) mi chiamava per produrre foto che illustrassero temi di sessualità e dove, non si sa perché, servivano immagini di nudo, sia che si trattasse di pillola, di violenza alle donne, di aborto, di maternità, di Aids, di coppia, comunque occorreva il nudo, anche in copertina faceva vendere di più!

Spesso mi sono rifiutata di fare certe foto o le ho fatte cercando di evitare volgarità e malizia, eppure, nonostante ciò, oggi provo un vago senso di colpa.

Poi, negli anni, '90-2000, c’è stato un crescendo e le Tv di Berlusconi hanno sommerso l’Italia con il peggio del peggio. Tutti si sono presto adeguati.

Dov'eravamo finite, noi donne scese in piazza negli anni '70 per la nostra emancipazione?

Io stessa, oggi, ammetto, quindi, di essere incappata, senza rendermene conto, nei meccanismi di questo "Glamour" dalla doppia faccia.

Tutti i soggetti fotografati (attori, attrici, modelle/i) dovevano mostrarsi accattivanti, sexy ad ogni costo.

Posso solo dire a mia discolpa, di non aver mai utilizzato la volgarità, di non aver mai utilizzato le modelle come manichini passivi o come donne oggetto, nonostante le richieste pressanti dei giornali.

Il Glamour come lo intendevo io, come tutt'ora lo intendo, è erotismo raffinato e sensualità, non questo schifo che si vede ovunque.

Il trasgressivo Helmut Newton era più elegante e meno "forte" di un’immagine che oggi pubblicizza qualche saponetta o detersivo per la casa, o di tante immagini "Fashion" dove le donne si alternano tra guerriere sadomaso e vittime violentate da gruppi di boys.

Immagini prive di cultura e di raffinatezza, dove l'unico obiettivo è quello di scioccare per vendere. La parola "trasgressione" oggi, mi fa vomitare, strausata, abusata, non ha nulla a che vedere con la trasgressione rivoluzionaria e sovvertitrice della morale borghese. È solo decadenza, sintomo di una triste repressione sessuale.

Ho smesso di fare workshop nei festival di fotografia perché mi si chiedeva di farli solo sul nudo, il resto non attirava iscritti.

Siamo una Repubblica di piazzisti e di guardoni.

Abbiamo trasceso, la strada verso la liberazione è diventata uno scivolo verso il degrado.

Ci meravigliamo di Berlusconi? La sua vita privata è il sogno di gran parte degli italiani, purtroppo.

Non poteva esserci cosa più grave di un cattivo esempio al potere.

Il berlusconismo si è radicato su un terreno fertile e di questo dobbiamo essere davvero consapevoli.

Ed io accuso ora, anche certi settimanali di sinistra degli anni’80 che per vendere, mi chiedevano di fotografare belle ragazze seminude per le loro copertine. Dovevamo capire allora che se gli italiani sbavavano sulle pagine dei settimanali politici, comprandoli di più se in copertina c’era il nudo, beh, la nostra cosiddetta rivoluzione sessuale, forse, era stata fraintesa.

Di questo avremmo dovuto occuparci, e lungi da me dall’essere moralista, anzi, vorrei una maggiore libertà di pensiero.

Che tristezza invece, oggi, non c’è emancipazione, c’è solo mercificazione, con deboli e vinti, comprati da padroni e sfruttatori.

Per risalire da questo fango, per fare pulizia, dobbiamo essere rigorosi, coerenti.

Opporre onestà, eleganza, educazione, e vera liberazione mentale contro lo scempio di ogni intelligenza che passa ogni giorno in Tv e sui giornali, ed anche qui in rete.

Mi appello ai colleghi fotografi perché la smettano di utilizzare modelle e modelli come vittime sacrificali ed oggetti di piacere per vecchi bavosi.

Le foto di nudo e Glamour sono altra cosa.

Inez Van Lamsweerde & Vinoodh Matadin

Ho avuto il piacere di conoscere le opere di questo duo nella loro esposizione "pretty much everything - fotografie 1985-2010" al Foam di Amsterdam, rimanendo davvero colpito, sia per i tanti volti noti catturati dal loro obiettivo, sia per l'abilità di unire fotografia di moda ed arte.

Inez van Lamsweerde è nata a Amsterdam nel 1963. Ha frequentato la Vogue Academy of Fashion di Amsterdam, il dipartimento di fotografia della Rietveld Academy of Art di Amsterdam ed è stata artista residente al PS1 Institute of Contemporary Art di New York. Ha vinto il Dutch Price for Photography nel 1992 e il Kodak European Price. I suoi lavori sono esposti nei principali musei del mondo. Vinoodh Matadin è nato ad Amsterdam nel 1961, dove ha frequentato la fashion academy iniziando la sua carriera come stilista.



Inez van Lamsweerde, che da anni collabora con Vinoodh Matadin, suo compagno nella vita, è una delle fotografe più radicali nel campo dell'arte contemporanea e della moda, hanno iniziato la loro carriera internazionale pubblicando un servizio di dieci pagine sulla rivista britannica The Face nel 1994. Qui, per la prima volta, in un servizio di moda i modelli e gli sfondi sono stati fotografati separatamente e successivamente elaborati in un’unica immagine per mezzo del computer.

L'ambiguità è alla base di ogni immagine realizzata dai due fotografi, in un equilibrio tanto precario quanto voluto, tra moda e arte, distorcendo entrambe queste realtà rispecchiando la stranezza della vita quotidiana, attraverso un estremo ingrandimento dei singoli dettagli.

Potete osservare i loro lavori nella pagina http://www.myspace.com/inezvinoodh/photos.

Articolo scritto da Vincenzo Antonini - Flickr Album



Guida alle schede di memoria per la fotocamera - Corso di Fotografia - Lezione 8

Questo articolo fa parte del Corso di Fotografia Digitale Online.

Questo articolo vuole far capire come funzionano e come classificare le schede di memoria indipendentemente dalle evoluzioni tecnologiche che sempre avverranno in questo campo, in modo tale da poter scegliere la scheda di memoria più adatta alle proprie esigenze.

Schede di memoria, queste sconosciute, un breve viaggio nei meandri di un piccolo mondo che agli occhi di chi vi si accosta per la prima volta può spesso confondere e trarre in inganno.

Sicuramente vi sarete chiesti almeno la prima volta dove sarebbero state "conservate" le foto che di li a poco sareste andati a scattare, niente di più semplice, nell'apposita scheda di memoria che va inserita dentro la fotocamera.

La domanda che ci si pone quando non si è molto informati in merito è: cosa sto comprando? Che differenza c’è? Perché questa costa il doppio di quest’altra? Quale prendo? Con questa mini guida cercheremo di scoprire appunto le caratteristiche che differenziano le varie schede.

SD è l’abbreviazione di Secure Digital, attualmente il più diffuso formato per le schede di memoria. Ci sono anche altri formati, li elenchiamo per conoscenza: Smart Media, MultiMediaCard, xD Picture Card, Memory Stick formato proprietario usato da Sony, tutti i formati elencati fino ad ora sono ormai in disuso da anni, poi abbiamo le Compact Flash, schede che si usano solo su macchine di fascia alta poiché preferite per affidabilità e prestazioni.

A sinistra una scheda Compact Flash, a destra una scheda SD.

All’interno delle schede possono essere immagazzinate grandi quantità di informazioni, dati, foto, video, musica, ecc… per poi essere utilizzate dagli apparecchi elettronici di uso comune, in questo articolo parlerò del loro impiego con le fotocamere, ma prima di entrare nel dettaglio è bene fare una distinzione sui vari tipi di schede presenti sul mercato.

Tipologia schede:

  • SD - ormai in disuso per la loro ridottissima capacità di memoria, che arriva al massimo a 2 GB.
  • SDHC - Secure Digital High Capacity, come si evince dal nome si differenziano dalle SD normali in quanto la loro capacità di immagazzinare dati è superiore rispetto alle prime. Esse infatti partono da una capienza superiore ai 2 GB (4 GB) fino ad un massimo di 32 GB (questi limiti saranno sicuramente superati con l'avanzare della tecnologia).
  • SDXC - Secure Digital eXtended Capacity, esse partono dalla capacità di 32 GB e arrivano alla capacità massima teorica di 2048 GB ossia 2 Tera.
  • SDHC UHS-I - sono schede SDHC che seguono le nuove specifiche UHS-I (Ultra High Speed) capaci di trasferire da un minimo di 10 MB al secondo ad un massimo di 312 MB al secondo.
  • SDHC UHS-II - a differenze delle UHS-I la capacità di trasferimento minima è di 30 MB al secondo.  

Formati schede:

  • Standard - 32 x 24 mm
  • Mini-SD - 31,5 x 20 mm
  • Micro SD - 11 x 15 mm 

Negli scaffali dei centri commerciali ne trovate in vendita a decine e si differenziano per marca, per capienza e per classe. Sono state infatti letteralmente "classificate" in base a degli standard di velocità. A farlo è stata la SD Association che altro non è che una specie di alleanza globale tra più di mille aziende coinvolte nella progettazione, nello sviluppo, nella produzione e nella commercializzazione di prodotti che utilizzano la tecnologia delle schede SD.

Le classi sono così definite:


Se guardate una scheda SDHC noterete oltre alla marca del produttore e la capienza anche un cerchietto con un numero al suo interno, esso rappresenta la classe di velocità della scheda.


Più la classe è alta, più la velocità in scrittura è elevata, più la scheda è performante e più costa.

Oltre a alla classe, vi è la sigla attestante la velocità, espressa con un numero seguito da un segno di moltiplicazione, come ad esempio la scheda nell'immagine qui in alto riporta la dicitura 1000x, certe volte la velocità è espressa in MB/s, questo valore prende il nome di "Speed Rating".


Cosa indicano queste scritte? Se sulla scheda è riportato 1000x vorrà dire che la quantità di dati scritti in un secondo è pari a 1000 volte l’unita di misura di scrittura utilizzata per i CD (che è di 0,15 MB/s). Nello specifico avremo: 1000 x 0,15 MB/s che è uguale a 150 MB/s.

Per le schede che riportano direttamente la velocità espressa in MB/s non dobbiamo fare alcun calcolo. Bisogna porre attenzione però a questi dati. Le velocità riportate sono quelle massime e sono dichiarate dal produttore e non verificate in maniera imparziale. Spesso sulla confezione o sulla scheda il produttore per evitare eventuali lamentele pone la scritta "up to" (fino a) e la velocità, oppure si nota addirittura la presenza di un asterisco accanto alla velocità che sta ad indicare che la velocità espressa è quella massima.

Come districarsi quindi in questa serie di sigle e numeri? Sicuramente la classe di appartenenza è un elemento cardine al quale fare riferimento, ma direi che bisogna tenere anche in considerazione anche la marca, alcune case produttrici sono decisamente più affidabili di altre. A parità di marca ci sono poi quei prodotti di fascia alta, spesso destinati a utenti più esigenti etichettati come "prosumer" (professional-consumer).  La marca fondamentalmente è una cosa soggettiva, di sicuro è preferibile scegliere marche conosciute e con esperienza nel settore a quelle di cui non si è mai sentito parlare.

Non fatevi condizionare dal prezzo, la scheda la comprate una volta sola e andrà a contenere le vostre foto, i vostri video, il vostro lavoro ed i vostri ricordi. A tal proposito vi consiglio di consultare il seguente articolo: Le migliori schede di memoria SD ed accessori ad esse dedicati.

Fortunatamente anche internet ci può aiutare, basta digitare su qualsiasi motore di ricerca parole tipo "Comparazione schede SD" e troveremo centinaia di siti che offrono confronti tra le varie case produttrici e tra i vari prodotti di diversa fascia della stessa casa. Alcuni offrono comparazioni effettuate con apparecchiature professionali, altri con metodi empirici, ma sicuramente bisogna prestare attenzione e verificare l’attendibilità dei risultati forniti.

Quale scheda scegliere quindi? Naturalmente dipende da vari fattori. Prima di tutto dovete analizzare il prodotto con il quale verrà usata la scheda e le vostre attuali esigenze. Su una normale compatta sarebbe sicuramente sprecata una scheda SDHC da 128 GB di classe 10, di contro su una reflex o su una mirrorless per quanto possa essere una entry-level e l'utente un amatore alle prime armi potrebbe essere limitante comprare una scheda da 32 GB classe 4.

I prezzi delle schede di classe 10 non sono più così alti, se siete dei fotoamatori evoluti consiglio di puntare su questi modelli, perché una maggiore velocità di scrittura sarà sicuramente utile alla fotocamera durante le raffiche o una serie di scatti in sequenza, è vero che le macchine fotografiche sono dotate di buffer di grandi dimensioni, ma per evitare di riempirlo e di rallentare le operazioni di scrittura è preferibile optare per prodotti più performanti. Se inoltre si vogliono realizzare video una scheda video di classe elevata è una scelta obbligata.

Personalmente consiglio di non eccedere con la capienza della scheda di memoria, poiché più e grande più sono i file che andranno persi se qualcosa va storto, i professionisti solitamente sono soliti usare più schede per questo motivo, così hanno la sicurezza di non perdere totalmente il lavoro, inoltre è buona regola, ogni volta che è possibile, scaricare le schede su un portatile.

Diverso invece è il discorso del trasferimento dati dal supporto al computer, un conto è trasferire 30 Gb di dati da una scheda classe 4, altro conto è farlo da una scheda classe 10, tenete in considerazione che potreste perdere anche il doppio del tempo necessario con una scheda di classe inferiore.

Prima di comprare una scheda controllate sul libretto di istruzioni della vostra fotocamera se è compatibile con essa.

Articolo scritto da Alessio Bardaro (Facebook - Flickr) e modificato/aggiornato da Marco Crupi.

Mi presento - Alessio Bardaro nuovo collaboratore/autore del blog

Salve a tutti, sono Alessio Bardaro ho 32 anni e sono uno dei nuovi collaboratori/autori di questo magnifico blog che Marco ha creato e che spero diventi sempre più seguito e ricco di contenuti.

La fotografia mi ha sempre appassionato, ho cominciato con una compattina con regolazioni manuali per poi passare un paio di anni fa ad una reflex usata che mi ha fatto conoscere quello che è questo fantastico mondo sotto un aspetto diverso e in maniera più approfondita.

Chi scatta una foto immortala un determinato soggetto in un determinato momento, unico, irripetibile, osservandolo dal suo punto di vista, congela quell'attimo, quei colori, quella determinata espressione e trasmette il tutto con la sua foto a colui che la osserverà. Non sempre questi riceverà il messaggio per come è stato inviato, ognuno lo interpreterà a modo suo, proverà le sue sensazioni anche in base allo stato d'animo in cui è in quel momento e lo farà suo... Per me è questo il bello della fotografia...

Mi trovate su Facebook e su Flickr

p.s.

Per chi volesse proporsi come collaboratore/autore del blog vada a questo articolo:Cerco collaboratori per il blog di fotografia



23 gennaio 2011

Ritratto doppio allo specchio - Tutorial per Photoshop

Utilizziamo due immagini diverse della stessa persona, poi inventiamo uno specchio e una insolita riflessione, dove la figura riflessa è diversa da quella davanti allo specchio.  

Realizzato da Luciano Boschetti, fotografo.



Come scegliere una scuola di fotografia


Dopo aver parlato di cosa voglia dire studiare fotografia, siamo pronti per il passo successivo: scegliere la scuola più adatta a noi.
Bisogna tenere presente infatti che non esiste un corso di Laurea in Fotografia in Italia, e quindi ci sono molte scuole molto differenti tra loro.

Innanzitutto i corsi possono avere una diversa durata che solitamente varia da 1 a 3 anni. Non è tanto importante la lunghezza effettiva del corso, ma come questo tempo viene utilizzato: è importante che una scuola di fotografia offra ai propri studenti una formazione completa, il che comprende ore di studio della storia della fotografia, del processo della fotografia analogica e nozioni di fotoritocco, oltre ovviamente alle ore dedicate alla tecnica fotografica e alla ricerca creativa.

Non meno importante è valutare le attrezzature fornite: la scuola deve fornire ai propri studenti sala di posa, camera oscura (complete del materiale necessario) e sala informatica dove potersi esercitare; nel caso questi laboratori non fossero presenti è necessario aggiungere l'ipotetico prezzo del materiale a quello della retta annua.

Molte scuole di fotografia offrono ai propri studenti la possibilità di svolgere l'attività di assistente presso studi professionali durante l'ultimo anno di corso: è un buon modo per introdursi nel mondo professionale ed è bene informarsi riguardo a questa opportunità.

La maggior parte delle scuole di fotografia in Italia (se non tutte) forniscono alla fine del corso un diploma di poco valore, ma questo non ci deve importare: i possibili clienti non vi chiederanno mai di mostrargli un pezzo di carta scritta, ma solamente il vostro portfolio a conferma delle vostre capacità; è quindi importante affrontare qualsiasi scuola si scelga con entusiasmo e voglia di fare per "assorbire" più nozioni possibili e farsi strada nel mondo del lavoro una volta terminati gli studi.

Se qualcuno volesse approfondire l'argomento mi può trovare su Facebook e Flickr: per me è sempre un piacere mettere a disposizione la mia esperienza!

Ciao, Sara