31 marzo 2011

Mi presento: Alberto Cabas Vidani, nuovo autore del blog


Ciao, sono Alberto, nuovo autore di questo blog. Sono un informatico, ma poco più di un anno fa, quando mi regalarono una reflex è esplosa la mia passione per la fotografia.

Così, in poco tempo ho assimilato tantissimi concetti e tecniche e ho visto le mie foto migliorare tremendamente. Ho così creato un blog, FotoComeFare, per condividere quello che ho imparato e che sto imparando.

Per questo blog, produrrò principalmente articoli riguardanti l'uso di Lightroom, quindi sul fotoritocco e la gestione e organizzazione delle foto.
Se volete potete anche connettervi con me su YouTube e Facebook.



30 marzo 2011

Lettera da un Fotografo Professionista

Questa lettera è stata scritta da un fotografo professionista di nome Simone Tossani (http://www.simonetossani.it/) sul proprio profilo di Facebook.

Mi ha davvero colpito molto perché rispecchia in poche righe la realtà fotografica italiana in ambito professionale.

Salve ragazzi, quanto vi scriverò, per me, non è facile quindi vi prego di leggere attentamente e di leggere con sentimento questa mia nota, con la speranza che  grazie a questa grande passione della fotografia che in tutti noi ci anima, comprendiate le mie parole.

Purtroppo mi ritrovo a combattere con due io.

l'Io che vorrebbe aiutare tutti e vorrebbe essere sempre disponibile e l'Io che ha deciso 4 anni fa di far diventare il proprio Hobby un lavoro professionale, un lavoro qualsiasi, ma lo stesso lavoro che, come a voi, vi consente di arrivare in fondo al mese per pagarvi le bollette, la rata della macchina, togliervi gli sfizi e soprattutto mangiare perché alla fine è per questo che la mattina ci alziamo e dedichiamo gran parte della nostra vita...lavorare.

Sono tante le mail che mi inviate con richieste di informazioni tecniche, consigli, pareri, consulenze, lettura portfolio e Dio Santo se non mi dovesse far piacere e in tanti fino ad oggi hanno potuto godere della mia gratuita generosità! Potrei farne un libro delle domande e risposte!

In molti però non capiscono che qualunque informazione, dubbio che tolgo o indirizzamento tecnico è fatto di attenti studi, delusioni, acquisti delle volte fatti bene e delle volte inutili, ore e ore passate a fotografare per capire, comprendere e migliorare, mattinate a vuoto, giornate sotto la pioggia, soldi di benzina spesi inutilmente, attrezzatura rotta, viaggi, ricerche, progetti, letture e studio di algebra e tutto per migliorare il MIO bagaglio di esperienza e restituire tramite corsi di fotografia il mio sapere e allo stesso tempo soddisfare le vostre aspettative, le stesse aspettative per cui la gente mi paga.

Oggi la concorrenza c’è, ed è un dato di fatto.

Il mondo della fotografia ha aperto le strade a chiunque, meritevoli e non!

Ma non è tanto di questo di cui voglio parlare, ma del fatto che oggi a parte alcuni, la professione del Fotografo non fa più campare ma fa sopravvivere e questo è brutto sia per noi Professionisti ma anche per gli Aspiranti Professionisti.

La mia ragazza Nadia, che alcuni di voi conoscono dopo il suo lavoro, passa ore e ore il pomeriggio a lavorare sulle mie pubbliche relazioni, contattando editori e riviste online per ricevere sempre la stessa risposta deludente:

Interessatissimi ai miei lavori precisando però che non saranno retribuiti.

Questa è oggi il mondo dell’editoria Italiana salvo qualcuna, giustificandosi del fatto che io in cambio ricevo pubblicità.

Si ok io ricevo pubblicità ma tu con i miei articoli ti metti in tasca ugualmente svariati migliaia di euro.

Non volendo essere presuntuoso ma solo realista so perfettamente quali sono le foto che ci sono in giro e permettetemi le mia non sono da meno, per tanto chi alla fine si fa pubblicità?

Tante volte mi sono sentito dire che le mie foto sono da copertina.…è bene si ok, può anche essere vero, saranno sicuramente da copertina, ma allora perché quelle volte che ci ho provato anche scrivendo articoli poi alla fine non sono stati retribuiti?

Semplice! Mancanza di fondi!!

Internet senza dubbio, ne è colpevole in parte, diventando un ottimo strumento di informazione e divulgazione come i social network, forum, blog e siti web dove è possibile reperire dati tecnici di ogni sorta a costo zero e in Real time ma pian piano questa situazione sta soffocando il nostro lavoro, il nostro futuro e l’editoria stessa.

Cosa ne sarà del fotografo un domani?

Ecco perché da oggi non sarò più disponibile con nessuno a risolvergli i problemi o a riferirgli quei dati tecnici di cui ha bisogno se non dietro compenso o partecipando ai miei workshop.

Vi domando se un domani il vostro datore di lavoro venisse da voi e vi chiede di lavorargli due ore a gratis!

Sono sicuro che sarete voi i primi a storcere il naso!

Ho due siti internet dove ci sono molte informazioni e via via saranno sempre aggiornate e che ho deciso condividerle con voi ma se non riuscite ad apprezzarle allora vi invito ad andare a chiedere da professionisti del calibro di Jhon Shaw, Steeve Bloom, Vincent Munier o Joel Sartore “tanto per citare i più noti” e vedere se saranno così cordiali nel darvi tutte quelle informazioni di cui avete bisogno.

Per concludere vi sottopongo alla vostra attenzione una delle tante email che mi arrivano.

Quella che ho scelto è di un odontotecnico professionista che mi chiede una consulenza apparentemente gratuita:
Buongiorno Simone,

perdoni il disturbo, avrei un breve consiglio da chiederle.

Sono un neo possessore di una bellissima Nikon D7000, di cui sono contentissimo.

Essendo un medico dentista specializzato in ortodonzia, devo acquistare un obiettivo (macro) per fotografare a mano libera le bocche dei pazienti da vicino nonché fotografare il viso dei pazienti sia in ritratto frontale che di profilo, il tutto con lo stesso obiettivo.

Attualmente utilizzo una canon con obiettivo macro 100mm e flash ad anello (anch'essi canon).

Potrebbe darmi cortesemente un suo consiglio e indicarmi quale secondo lei è l' obiettivo migliore per questa situazione? (ev. in combinazione con un buon flash ad anello non troppo ingombrante?)

Brancolo nel buio e tra Nikkor/Tokina/Sigma e i vari forum non mi raccapezzo più.

Il budget non è un problema (restando nel ragionevole)

Restando in attesa di una sua risposta, la ringrazio sentitamente per la sua disponibilità e le mando un saluto
Adesso voglio provare anch’io a mandare una mail a un dentista, avvocato, notaio, commercialista richiedendogli delle informazioni ……chiaramente perdonandomi per il disturbo, sia mai!!

Sicuramente prima di rispondermi riceverò una parcella del mio disturbo senza sapere nemmeno cosa mi dirà.

Per chiudere voglio ringraziare e scusarmi con una persona.

Claudia Rocchini che mi aveva messo in guardia già da tempo e non l’ho mai ascoltata.

Un Caro saluto a tutti.

Simone Tossani



29 marzo 2011

Ritocco occhiaie in una fotografia - Tutorial per Photoshop

Vediamo come intervenire e con quali strumenti per correggere il problema delle occhiaie in una fotografia di ritratto. Realizzato da Luciano Boschetti, fotografo.

Il problema delle occhiaie si presenta frequentemente in tante fotografie. Ci sono diversi casi e diverse cause, a volte le occhiaie sono proprio un “problema” del soggetto, cioè fanno già parte della conformazione fisica di una persona. Altre volte sono generate dalla luce presente al momento dello scatto. Una fonte di luce che cade dall’alto, come il sole nelle ore centrali della giornata, è il classico esempio che più o meno tutti conoscono. In genere, a meno che non si utilizzi un flash in fill in per attenuare queste ombre, è scontato che l’occhio e le arcate sopraciliari genereranno sgradevoli ombre o pseudo-occhiaie sgradevoli.

Vediamo come risolvere questo problema in questo video tutorial per Photoshop.


Photoshop tutorial italiano - Ritocco occhiaie from ellebi62 on Vimeo.


World Photography Festival a Londra

Il World Photography Festival avverrà a Londra, Somerset House dal 26 Aprile al 22 Maggio è organizzato dall'organizzazione mondiale della Fotografia. con una serie di esclusive lezioni, seminari e mostre.

Culminante con la cerimonia del Sony World Photography Awards, il festival ospiterà anche una serie di conferenze e seminari, si entrerà nello studio fotografico con i migliori fotografi del mondo.

L'organizzazione offre anche workshop di tre giorni in ritratti e documentari, invitando i partecipanti a imparare da fotografi affermati come David Graham e Jocelyn Bain Hogg.

Da sottolineare durante il festival sarà la retrospettiva del nuovo lavoro di Bruce Davidson, curata da Simon Baker della Tate. Davidson sarà presentato con il suo straordinario contributo alla Photography Award durante la cerimonia di gala del Sony World Photography Awards, il 27 aprile.

Per avere ulteriori informazioni vi rimando alla fonte originale dell'articolo (in inglese): World Photography Festival coming to London



28 marzo 2011

Sfida: una bella foto a un brutto soggetto

Mi capita spesso, leggendo i blog e i forum di fotografia, di imbattermi in discussioni riguardanti l'importanza che un bel soggetto ha in una fotografia ben riuscita, e i pareri dei diversi fotografi (amatori o professionisti) sono spesso molto discordanti.

Sicuramente un bel soggetto aiuta il fotografo ad ottenere un risultato soddisfacente, sia che si tratti di una persona di bella presenza, sia che si tratti di un oggetto dal design accattivante; ben più difficile è capire se con un soggetto brutto è possibile ottenere una foto di cui andare fieri.

Che peso ha, in percentuale, la bellezza del soggetto?
E la bravura del fotografo?
Per capirlo vi lancio una sfida: provate a fotografare un cumulo di spazzatura e inviatemi il link della foto più bella che avete ottenuto, poi rispondete alle domande sopra! POTETE INVIARE LE FOTO DELLA SFIDA A QUESTA PAGINA: http://www.flickr.com/groups/1664158@N23/ .

Non importa il livello a cui siete, la cosa fondamentale è cercare di ottenere il miglior risultato possibile con un soggetto che non è proprio dei migliori...

Ovviamente a breve potrete vedere anche il mio contributo all'esperimento sulla mia Pagina Facebook o su Flickr, intanto aspetto le vostre immagini!
Non scordate il deodorante! :-)

Ciao, Sara



25 marzo 2011

Composizione fotografica, sezione aurea e triangoli, l'armonia dell'immagine


La sezione aurea è un concetto matematico introdotto dai Pitagorici ed è considerata come il rapporto più estetico. A causa del declino ellenistico fu abbandonato il concetto che si aveva di questo rapporto, tornò nuovamente in auge grazie a Fibonacci e preso in considerazione anche da Leonardo.

Il numero phi (φ), sezione aurea, è pari a 1,618033, ed è appunto considerato il numero della proporzione divina e quindi della perfezione, soprattutto nelle arti visive. Questo nome è dovuto a Luca Pacioli, che nel suo libro "De divina proportione" (1509) scalza la dicitura euclidea con cui era noto e lo indica come numero della proporzione divina, dove l'agettivo "divina" è dovuto ad un accostamento tra la proprietà di irrazionalità del numero, e l'inconoscibilità del divino attraverso la ragione umana.

Questo numero è presente spesso in contesti tra loro privi di apparente collegamento, come ad esempio nella struttura della conchiglia del nautilus, nel partenone ad Atene, nella piramide di Cheope, nei megaliti di Stonehenge e in altri esempi astronomici e naturali.

In fotografia questo rapporto viene solitamente utilizzato con la regola dei terzi (che in realtà ne rappresenterebbe un surrogato) per far sì che l'attenzione cadi sul soggetto e che la composizione risulti espressiva all'occhio di chi guarda la foto.


Similmente alla regola dei terzi, la sezione aurea si può ottenere tracciando una linea immaginaria diagonalmente all'area dell'inquadratura, poi partendo dall'altro angolo superiore si traccia una seconda linea perpendicolare alla prima. Si ottiene così come una "culla" in corrispondenza della quale dovrebbe essere presente il soggetto, conferendo così armonia all'immagine.

Il numero φ ha suscitato grande interesse nel corso dei secoli e molti ne sono affascinati da questa sua presenza costante nella nostra vita quotidiana, in natura e in arte, e soprattutto dal fatto che la matematica sembra a volte essere così astratta e concreta allo stesso tempo.

Video sulla composizione nella fotografia: triangoli e sezione aurea:

Il noto fotografo Jake Garn spiega i segreti della composizione in fotografia: come si realizzano splendide immagini utilizzando le proporzioni della natura e l'esperienza dei grandi maestri della pittura.



Video sul rapporto aureo o proporzione aurea: metafora della continua e armonica tensione verso la perfezione.



Se siete interessati ad approfondire l'argomento sulla sezione aurea vi rimando a questa pagina di Wikipedia in cui tratta l'argomento da un punto di vista matematico: Sezione_aurea

Se volete contattarmi per parlare sull'argomento o visualzzare le mie foto mi trovate su Facebook e su Flickr.

Claudia Prontera


23 marzo 2011

Jerry N. Uelsmann - Maestri della Fotografia


Jerry N. Uelsmann è nato l'11 giugno 1934 a Detroit, nello stato del Michigan, è un fotografo americano noto per i suoi fotomontaggi che sono composizioni che combinano più negativi.

Il suo interesse per la fotografia  nasce al liceo. Inizia come fotografo matrimonialista, fino a quando non ha ottenuto il titolo di Bachelor of Fine Arts presso il Rochester Institute of Technology dove ha avuto tra i suoi insegnanti il fotografo statunitense Minor White (fondatore della rivista Aperture), successivamente prende anche il titolo di  Master of Fine Arts in fotografia presso l'Università di Indiana.

Nel 1960 iniziò ad insegnare fotografia presso la University of Florida e nel 1967 tiene la sua prima mostra personale al Museum of Modern Art di New York che lo ha reso noto nell'ambiente artistico.

La galleria fotografica di Jerry N. Uelsmann la potete visionare andando sul suo sito personale http://www.uelsmann.net/

In questo articolo vi posto anche un video fotografico su Uelsmann che ho trovato su YouTube:



Le surreali opere di Uelsmann sono frutto di una non comune abilità in camera oscura, unita ad una fantasia lasciata libera di viaggiare nell'illogico, nell'inconscio, nel sogno. Uelsmann fu uno dei protagonisti della rivoluzione fotografica degli anni 60, espanse il concetto stesso di fotografia, emancipandola dal suo status di affidabile testimone del reale.
"Tutte le informazioni sono lì, eppure il mistero rimane", scrive Uelsmann; è questa la forza primaria dei suoi piccoli prodigi, così come lo fu delle fantastiche invenzioni pittoriche di René Magritte, suo fondamentale e chiaramente riconoscibile riferimento in ambito pittorico. Nelle fotografie di Uelsmann, né più né meno che nei quadri di Magritte, la plausibilità del visibile non viene mai contraddetta: il reale non risulta mai deformato (come accade invece, per esempio, negli oli di Dalì); ogni elemento della scena, considerato singolarmente, non urta la nostra addomesticata e impigrita capacità percettiva. Quest'ultima viene però meravigliosamente destabilizzata nel momento in cui si prenda in considerazione l'insieme dell'opera, il modo paradossale ed enigmatico con cui i tasselli del reale vi risultano combinati, del tutto arbitrariamente; è allora che l'osservatore percepisce lo stravolgimento di ogni senso e dimensione, e, sentendosi disorientato, è costretto a rimettere finalmente in discussione la realtà alla luce di un nuovo meccanismo di percezione all'insegna della soggettività e dell'incertezza, ma soprattutto della libertà assoluta, vivificante del pensiero. Ed è in quell'istante che ogni certezza, cadendo, lascia il posto all'emergere della poesia.
"Penso che la mia arte, come la maggior parte dell'arte contemporanea, sia diretta alla coscienza creativa di chi guarda. Lo spettatore deve completare il ciclo, proiettarsi in esso in qualche modo" dichiara Uelsmann.


L'attrezzatura di Jerry N. Uelsmann è ovviamente insolita, egli usa un solo apparecchio reflex monobiettivo e nella sua camera oscura è arrivato a utilizzare in alcuni casi fino a dodici ingranditori (chi sono ha idea di cosa sia un ingranditore vada a questo articolo: La camera oscura), mette i suoi negativi scelti in differenti ingranditori spostando la carta sensibile da un'ingranditore all'altro per le diverse esposizioni. Uelsmann fa centinaia di foto di soggetti come alberi, mani rocce, pezzi di legno paesaggi ecc.. ogni negativo è meticolosamente stampato a contatto e archiviato affinché in futuro egli possa trovare senza difficoltà un elemento appropriato per l'immagine che sta costruendo.

In camera oscura egli prepara i suoi ingranditori mettendovi negativi o positivi stampati a contatto, e comincia a costruire una delle sue composizioni, schermando parti di un'immagine, dando un'esposizione supplementare a un'altra che prende il posto, mettendo due negativi nello stesso ingranditore. A volte egli mette insieme un negativo e un positivo, producendo una combinazione surreale di toni negativi e positivi. Uelsmann evita le sovrapposizioni parziali di un'immagine all'altra; per tenerle separate maschera parzialmente la carta sensibile, così che ogni immagine possa dare il suo distinto contributo alla composizione.

Egli stampa su carta a contrasto variabile che, unitamente ai filtri, lo aiuta a risolvere il problema di stampare sullo stesso foglio negativi di contrasto molto diverso.

Ho avuto la fortuna di trovare sempre su YouTube un intervista a Jerry N. Uelsmann di Mauro Fiorese il video è sottotitolato in italiano:



Le sue immagini sono l'apertura dei capitoli della serie televisiva The Outer Limits del 1995 e sulla copertina dell'album Train of Thought (2003) dei Dream Theater, ha anche collaborato con altri artisti come lo scrittore Stephen King in una edizione del suo libro Salem's Lot, ha anche ha fatto diverse pubblicazioni tra le quali può essere evidenziato:
  • Uelsmann, J. N.; Ames, J. (en inglés). Uelsmann: process and perception: photographs and commentary. Gainesville: University Presses of Florida. ISBN 9780813008301.
  • Uelsmann, J. N. (en inglés). Uelsmann/Yosemite: photographs. Gainesville: University Presses of Florida. ISBN 9780813014449.
  • Uelsmann, J. N. (en inglés). Jerry Uelsmann: photo synthesis. Gainesville: University Presses of Florida. ISBN 9780813011592.
  • Uelsmann, J. N. (en inglés). Jerry Uelsmann: other realities. Nueva York: Bulfinch Press. ISBN 9788401336386.
Altre informazioni su questo maestro della fotografia potete trovarle qui: Jerry Uelsmann - Maestri della fotografia

DOVE ACQUISTARE FOTOCAMERE, OBIETTIVI, ACCESSORI E LIBRI

A mio parere Il sito più sicuro e con le offerte più vantaggiose anche per gli acquisti online di materiale fotografico è Amazon.it, famoso per la sua assoluta affidabilità, state sicuri che se comprate il prodotto arriverà in poco tempo e in condizioni perfette a casa vostra!



21 marzo 2011

Spirale di luce avvolgente - Tutorial per Photoshop

Un effetto che abbiamo visto spesso nelle pubblicità è quello delle scie luminose che avvolgono un soggetto, vediamo come realizzare questo effetto grazie a questo video tutorial per Photoshop.

Creiamo dal nulla un raggio di luce che avvolge il nostro soggetto. Realizzato da Luciano Boschetti, fotografo.




Fotografia in Bianco e Nero Vs fotografia a Colori


Oltre il digitale e l'analogico, il formato DX o il sensore Full Frame, i fotografi di oggi (come quelli di ieri) si trovano davanti ad un'altra importante scelta: scattare in bianco e nero o a colori.

Può trattarsi di una scelta dettata dal gusto personale, da un accostamento a un determinato stile o, per i più filosofici di noi, può essere il risultato di un ragionamento sulla natura stessa della fotografia.

Quando nel 1839 l'invenzione della fotografia fu ufficializzata sembrava già una grande cosa riuscire a riprodurre la realtà su un supporto in modo durevole e ci si accontentava di immagini in bianco e nero; tuttavia anche a quei tempi alcuni fotografi si armavano di pennellino per dipingere a mano i propri scatti.

Oggi alcuni fotografi, professionisti o amatori, scelgono di produrre immagini in scala di grigi proprio perché questa scelta rimanda alle origini della fotografia stessa: è una decisione presa seguendo un preciso filo logico, e quindi non opinabile.

In base al ragionamento opposto invece, alcuni di noi scelgono di scattare a colori, poiché la realtà ci si presenta così e ci sembra quindi naturale riprodurla nella sue interezza, che appunto è fatta anche di colori.

Ma abbiamo davvero il bisogno di scegliere tra il classico bianco e nero e la vivacità dei colori? Anzi che basarsi su convinzioni morali o motivazioni storiche, sarebbe meglio valutare che tipo di colorazione si addice a ogni singola fotografia o ad ogni particolare progetto.

Ciò che a colori a volte non viene notato può essere trasmesso in modo immediato con l'assenza di saturazione: il bianco e nero è più adatto per suscitare nello spettatore tristezza, malinconia, ricordi, da un lato può essere più coinvolgente dal punto di vista emotivo, dall'altro ci allontana dal fatto perché ce lo fa percepire come avvenuto lontano nel tempo.

Al contrario una fotografia a colori è in grado di trasmetterci vivacità, allegria, naturalezza, ma anche in questo caso bisogna valutare bene ogni singolo caso: talvolta colori troppo accessi possono rovinare una composizione equilibrata.

Io penso quindi che sia inutile scegliere a priori un metodo colore per partito preso, senza fermarsi a pensare al significato della foto che stiamo scattando o, perché no, a quello che realmente ci piace di più!

E voi da che parte state?

Chi ha intravisto almeno una volta le mie foto sa bene cosa preferisco io, per chi invece fosse curioso può scoprirlo sulla mia Pagina Facebook e Flickr.

Ciao, Sara



20 marzo 2011

Pelle liscia con il filtro sfocatura di Photoshop - Tutorial Photoshop

Se volete uno strumento che vi consenta di ridurre il rumore delle vostre foto, o se volete rendere molto liscia la pelle della modella di turno in poco tempo, sfocatura superficie è lo strumento che fa per voi.
Non sapete come si usa? Ecco un tutorial per Photoshop che ve lo spiega!

ATTENZIONE: può essere che vediate l'immagine nel video parzialmente fuori dai bordi del videplayer, in questo caso cliccare col destro del mouse durante il video e selezionare stretching is None o Fill e visualizzate il video a schermo intero!

Altro tutorial consigliato: Come ritoccare la pelle in modo professionale - Fotoritocco ritratto Fashion Glamour



18 marzo 2011

Trovare l'ispirazione

Quando si ha voglia di fotografare non è sempre facile trovare l'idea giusta, che ci piaccia e al contempo ci stimoli.

Ecco qualche spunto su come fare a trovare l'ispirazione quando proprio non c'è!

La cosa fondamentale da fare è osservare: non limitatevi a cercare le idee solo quando vi servono (potrebbe essere troppo tardi!) ma guardate ogni cosa con l'occhio del fotografo a caccia di ispirazione; può essere utile tenere un blocchetto in tasca sul quale annotare o disegnare le idee e i nuovi spunti trovati, in alternativa va benissimo anche salvare una nota sul cellulare, l'importante è cogliere l'attimo perché quando le idee se ne vanno, non tornano più.

Iniziate sfogliando le riviste, non necessariamente riviste di alto livello: spesso l'ispirazione è dove meno ce la aspettiamo e quella che per alcuni è un'insignificante pubblicità può essere per voi una grande fonte di idee.

A volte, specialmente per chi vuole dedicarsi alla fotografia di moda, è utile comprare o trovare un modo di consultare riviste estere dedicate interamente all'argomento, ad esempio Vogue America: l'approccio di alcune riviste pubblicate in altri paesi è spesso diverso dal nostro ed è sicuramente una bella occasione per aprire la nostra mente a diversi orizzonti! Il prezzo di mensili provenienti dall'estero è spesso elevato, ma non è raro trovare offerte, quindi occhi ben aperti!

L'ispirazione però non va cercata solo in altre fotografia, ma può essere utilissimo osservare anche quadri, film, pubblicità in televisione e tutti gli spunti creativi che la società ci offre.

Non ultimo, credo che non faccia mai male prendere spunto dal lavoro di altri fotografi: non significa copiare le loro idee, ma semplicemente capire cosa li ha portati a sviluppare un determinato progetto e cercare di attivare lo stesso meccanismo! Potete trovare degli ottimi spunti guardando le opere dei grandi maestri della fotografia.

Allora cosa spettate? Guardatevi intorno e iniziate a raccogliere idee, sono curiosa di vedere i risultati!

Un altro articolo interessante su questo argomento lo trovate qui: Individuare un proprio stile in Fotografia

Potete trovarmi sulla mia Pagina Facebook e su Flickr.

Ciao, Sara


17 marzo 2011

Adobe rilascia Photoshop Express 2.0 per iPad, iPod & iPhone - Download

Adobe ha rilasciato una versione aggiornata del suo Photoshop Express l'applicazione per iPad di Apple, iPod e iPhone. La versione 2.0 introduce l'opzionale Adobe Camera Pack disponibile tramite l'acquisto di un 'in-app' che aggiunge la riduzione del rumore, self-timer e le funzioni di Auto-Test per $ 3.99. Photoshop Express 2.0 è disponibile come download gratuito da Apple App Store per i nuovi utenti e come aggiornamento per gli utenti esistenti.

Ecco le novità introdotte nella versione 2.0:

• New Camera workflow for rapid in-app photo-taking
• In-App Purchase of Adobe Camera Pack: Reduce Noise, Self Timer, and Auto Review
• Full Retina Display Support
• Multi-Tasking Support

Clicca qui per effettuare il download di  Photoshop Express 2.0 e per avere maggiori informazioni.



16 marzo 2011

George Eastman e la nascita dell'industria fotografica - Storia della fotografia

George Eastman tiene una delle sue fotocamere

Il mercato della fotografia conobbe, fin dalla seconda metà del XIX secolo, una crescita rapidissima.

In questo mercato in espansione George Eastman, il fondatore della Kodak, diventò nel 1880 uno dei più grandi industriali americani e nei successivi 30 anni riuscì a monopolizzare il mercato americano ed a sbarcare in Europa. La prima invenzione introdotta da Eastman fu il filmpack, ovvero pacchetti di lastre confezionate in modo tale che ogni lastra potesse essere estratta dalla macchina dopo l'uso, rimanendo protetta dalla luce grazie a della carta nera.

Nel 1885 cominciò a produrre rotoli di carta sensibilizzata con gelatina a secco che con appositi adattatori potevano essere utilizzati al posto delle lastre e nel 1888 mise in vendita la prima macchina fotografica Kodak, contenente un rotolo di carta sufficiente per 100 fotografie. Al termine era possibile scegliere fra acquistare il rullo di ricambio o inviare tutta la macchina alla fabbrica che, per poca spesa, provvedeva sia a sviluppare le foto che a caricarla con un nuovo rullo.

Per questa macchina fu coniato il motto "Voi premete il bottone, noi faremo il resto" che rese popolare in America l'uso della pellicola in rotoli.

Nel 1889 la Kodak introdusse la prima pellicola di celluloide trasparente e nel 1892 Samuel Turner chiese il brevetto per una pellicola in rullo che permetteva di caricare la macchina senza ricorrere alla camera oscura. Si trattava della seconda rivoluzione dei supporti sensibili dopo l'invenzione delle lastre a secco e anche se inizialmente passò inosservata le bastarono pochi anni per condizionare il mercato delle fotocamere.

Le lastre di piccolo formato sopravvissero fino alla fine degli anni '30 , quando erano ancora disponibili apparecchi a lastra o con la possibilità di usare sia rulli che lastre. Tuttavia. la scomparsa definitiva delle lastre in vetro, per i formati più grandi, si colloca intorno a gli anni '60.

Ma la fotografia non è fatta solo d'industria e iniziò presto ad avere ambizioni artistiche, ma di questo parleremo nel prossimo articolo!

Chi avesse voglia di contattarmi o di sbirciare le mie foto può farlo sulla mia Pagina Facebook e su Flickr.

Ciao, Sara

14 marzo 2011

Concorso fotografico "Scatta contro la discriminazione" - AMNESTY INTERNATIONAL

Il concorso fotografico europeo di Amnesty International "Scatta contro la discriminazione" ha come scopo quello di contribuire a cambiare gli atteggiamenti e i pregiudizi sociali che alimentano la discriminazione e dà la possibilità ai partecipanti, in Italia e in Europa, di raccontare attraverso la fotografia il valore di una società senza discriminazione e senza pregiudizi.

La discriminazione è oggi uno degli abusi più gravi e pervasivi dei diritti umani. In Europa milioni di persone subiscono esclusione sociale, povertà, maltrattamenti e violenza, perché vittime di discriminazione sulla base di sesso, razza od origine etnica, religione o credo, disabilità, età e orientamento sessuale.

In Italia il concorso è indetto dalla Sezione Italiana di Amnesty International, nell'ambito della campagna "Per un'Europa senza discriminazione", che vuole ridurre la persecuzione, l'esclusione e la discriminazione perpetrate da parte degli stati e degli attori non statali per garantire che tutti gli individui in Europa possano godere di un'effettiva protezione contro la discriminazione.

Le foto dovranno trasmettere messaggi positivi mostrando l'importanza del rispetto della diversità e dei diritti di tutti.

Il concorso è aperto, fino al 31 marzo 2011, a tutte le persone di qualsiasi nazionalità con residenza in Italia (ad eccezione dei fotografi professionisti) al di sopra dei 14 anni di età. I partecipanti che abbiano meno di 18 anni all'inizio del concorso dovranno fornire il consenso di entrambi i genitori o di chi ne è responsabile (compilare modulo di iscrizione e liberatoria minori).

Per saperne di più continua a leggere qui: Concorso fotografico "Scatta contro la discriminazione"


13 marzo 2011

Mini macchina fotografica con obiettivi intercambiabili

Volevo segnalarvi questa mini macchina fotografica dalle forme simili ad una reflex.

E’ semplicemente una macchina fotografica molto piccola dalle caratteristiche fisiche “sorprendenti”.

Dimensioni? Davvero estreme 2,5 x 2,5 x 2,6 cm per un peso si appena 12 grammi.

Il suo nome è Chobi Cam One. Scatta ad una risoluzione di 1.600 x 1.200 pixel e regiastra anche video ad una risoluzione di 640 x 480.

La cosa simpatica è che la macchina ha le ottiche intercambiabili, ce ne sono tre disponibili, se volete comprarla un grande dealer giapponese (Jtt) la vende ad un prezzo di circa 90,00 euro per la versione con un obiettivo e a circa 140,00 euro per la versione con 3 obiettivi e scheda micro-sd.

Discutibile l’utilità, di sicuro si differenzia da altre mini macchine fotografiche soprattutto per l’intercambiabilità degli obiettivi, risulta quantomeno simpatica per l’originalità.

Articolo scritto da Alessio Bardaro - Mi trovate su Facebook e su Flickr


12 marzo 2011

Obiettivi catadiottrici cosa sono, come sono fatti e a che servono

Obiettivi catadiottrici, cosa sono, come sono fatti e a che servono.

Chi possiede una reflex quasi sicuramente ne ha sentito parlare, lo ha visto in foto, lo ha potuto provare o più raramente ne possiede uno.
Ma come sono fatti? Che caratteristiche hanno?

Gli obiettivi catadiottrici sono degli obiettivi molto particolari, il loro schema costruttivo infatti è del tutto insolito rispetto a quelli tradizionali. Al loro interno infatti oltre alle normali lenti troviamo due specchi, uno concavo e uno convesso che hanno la funzione di riflettere i raggi luminosi provenienti dal soggetto.

Guardando lo schema ottico riportato qui a fianco possiamo meglio comprenderne il funzionamento.

Possiamo notare nella parte bassa della foto degli elementi diversi, quelli colorati in azzurro sono delle lenti attraverso le quali i raggi di luce passano e quelli colorati di rosso sono degli specchi che li riflettono.

La particolare posizione di specchi e lenti all'interno dell'obiettivo permette di avere a quest'ultimo delle dimensioni ridotte rispetto ad uno tradizionale, a parità di focale infatti, la lunghezza si riduce a circa un terzo, un gran risparmio, soprattutto in termini di maneggevolezza e praticità.
In giro si trovano obiettivi “datati” che danno un senso di robustezza elevato poiché costruiti quasi per lo più in metallo, anche se questo li rende molto pesanti.

Un altro fattore importante sempre a vantaggio è il prezzo che è notevolmente inferiore rispetto agli obiettivi tradizionali, e questo è dovuto anche al fatto che la qualità delle immagini non è eccezionale.

Altro “difetto” se così possiamo chiamarlo di questo tipo di obiettivi o se vogliamo “caratteristica” è il fatto che il diaframma è fisso. Non è possibile infatti aprirlo o chiuderlo e questo compromette molto l’utilizzo della profondità di campo.

Da citare infine un'altra “caratteristica” molto particolare: la sfocatura. Come potete vedere nella foto accanto i punti non a fuoco risultano avere la tipica forma di “ciambellina”.

Ad alcuni piace, per altri è "fastidiosa" naturalmente lasciamo a voi il giudizio.

In giro potete trovarne sia nuovi che usati a prezzi molto bassi, magari se conoscete qualcuno che ne ha uno fatevelo prestare, potreste fare qualche scatto interessante e magari potreste decidere di prenderne uno.

Articolo scritto da Alessio Bardaro - Mi trovate su Facebook e su Flickr



11 marzo 2011

Cross processing o XPro un "errore" fortunato

Il Cross Processing (detto anche XPro) è una tecnica oramai molto diffusa, e fu scoperta casualmente sviluppando per errore una pellicola positiva con una soluzione chimica per negativi.

Una pellicola positiva si sviluppa solitamente con una soluzione chimica denominata E6, mentre per la pellicola negativa da stampare si utilizza una soluzione chimica denominata C41. Se si invertono le soluzioni, sviluppando una pellicola negativa in E6, si ottiene un film positivo con colori acidati, una latitudine di posa ristretta ed un viraggio di colore che dipenderà dal tipo e dalla marca di pellicola usata. Lo stesso vale per una positiva sviluppata in C41.

In pratica si sviluppa la pellicola in una soluzione sbagliata.

Ovviamente, invertendo deliberatamente le soluzioni chimiche ed essendoci in commercio svariate pellicole di numerosi tipi e case, si ottengono sempre risultati imprevedibili, accomunati tutti da colori vividi e insoliti.

Purtroppo o per fortuna ora siamo nell'era del digitale, e non si è più obbligati a "sporcarsi le mani" con gli acidi e il resto. Basta qualche Click e possiamo ottenere questo effetto anche sulle nostre foto comodamente dai nostri schermi.

Con vari editor di immagini, infatti, questa tecnica è facilmente riproducibile utilizzando le curve e andando a modificare nello specifico tutti e tre i colori (rosso, verde e blu), come descritto in questo tutorial per Photoshop.

Se volete approfondire l'argomento o visualizzare le mie foto, mi trovate su Facebook e su Flickr.

Claudia Prontera



Bruce Lee usava Nikon


Come vedete in questa foto Bruce Lee usava una Nikon F2 con un teleobiettivo dotato di un moltiplicatore di focale.

Non che importi molto, è una curiosità che ho trovato su Petapixel, non vorrei scatenare le ire di qualche canonista ;-D

Buona luce a tutti!



Come la fotografia cambiò l'arte - Storia della fotografia


Il rapporto tra fotografia e arte tradizionale, in particolar modo la pittura, fu da subito di amore e odio. Inizialmente la nuova invenzione fu accolta con scetticismo, al punto che il pittore Paul Delaroche affermò “da oggi la pittura è morta”.

Questa tecnica fu tuttavia un aiuto ai pittori “tradizionali”, che trovavano nelle fotografie un supporto da cui elaborare la realtà tramite la propria impronta personale.

Il movimento, l’energia in atto, l’intensità vitale delle cose potevano essere riprodotti attraverso un’immagine immanente del divenire, creata e sentita in prima persona dall’artista futurista.

Nel corso dello sviluppo del movimento cubista Picasso si servì della fotografia per studiare i valori delle superfici, e fu pure lui stesso fotografo, utilizzando distorsioni ottiche dell’obiettivo grandangolare per ottenere visioni particolari della realtà.

I primi ad approfittare di questa situazione furono gli impressionisti che, per raggiungere i propri scopi, si avvalsero anche della fotografia stessa. Essi scelsero di rappresentare la realtà cogliendone le impressioni istantanee, portando la pittura a esaltare su tutto la sensazione dell’attimo fuggente.

Secondo i pittori impressionisti la realtà muta continuamente d'aspetto, il realismo oggettivo doveva quindi essere sostituito dall’impressione colta in un attimo. La luce varia a ogni istante, le cose si muovono spostandosi nello spazio: la visione di un momento è già diversa nel momento successivo.

L’attimo fuggente della pittura impressionista è totalmente diverso dal momento pregnante della pittura neoclassica e romantica, non ha nulla a che fare con le storie: coglie le percezioni e le emozioni. Questo modo di dipingere ha analogie evidenti con la fotografia: anche quest’ultima coglie un'immagine della realtà in una frazione di secondo.

Analogamente alla fotografia, gli impressionisti prendono la velocità della sensazione e i particolari tagli di inquadratura, che danno alle loro immagini particolare sapore di modernità.

La vicinanza tra il mondo della fotografia e quello dei pittori impressionisti fu resa ancora più evidente nel 1874 quando il fotografo Nadar ospitò presso il suo studio la prima mostra di quadri impressionisti, ritenuti troppo “moderni” per essere esposti al Salon di Parigi.

LE AVANGUARDIE E LA FOTOGRAFIA

Un articolo interessante su questo argomento lo trovate anche qui: "La fotografia d'autore e il rapporto con le avanguardie artistiche".

L’avvento della fotografia contribuì a liberare la pittura dalla necessità di imitazione della realtà, offrendo così la possibilità di sviluppo di movimenti di avanguardia quali futurismo, espressionismo, cubismo e dadaismo.

Ora che il realismo era assicurato dall'apparecchio fotografico, che non mentiva nel documentare persone e luoghi, i pittori potevano perseguire i loro scopi personali con una nuova libertà.

La possibilità di evidenziare le fasi del movimento simultaneo, fornita dalle sequenze di fotogrammi, supporta lo sviluppo del manifesto dei pittori Futuristi, secondo cui una figura non è statica, ma si moltiplica, si deforma, si sussegue nello spazio che percorre. Vera e propria forma di “action painting” fotografica, la fotografia aerea godeva di una forte connotazione soggettiva e di una notevole portata sperimentale.


Picasso inoltre fu il primo ad utilizzare la tecnica del collage in un quadro, tecnica in cui vennero spesso utilizzate fotografie.

A Zurigo negli anni 1915-16 nacque il Dadaismo, proponendo l’opera d’arte come provocazione, “rivoluzione visiva”. La fotografia fu intesa come riproduzione della realtà che poteva essere manipolata e ritagliata, assemblata in fotomontaggi in cui la spontaneità creativa prevaleva, provocando il pubblico tramite la trasformazione inconsueta della realtà. I dadaisti utilizzavano per le loro opere, definite fotocollage, immagini tratte in prevalenza dalle fotografie di attualità dei giornali, che venivano scomposte e ricomposte in modo inconsueto e personale. In seguito, i fotocollage furono arricchiti dall’utilizzo di tecniche pittoriche, nell’unione grafica delle differenti immagini.

Parallelamente, nasce l’arte astrattista: nel 1910 Kandinskij dipinge il primo acquarello dichiaratamente astratto. Questa espressione fruisce della possibilità data all’artista di non essere obbligato a riprodurre il vero, ma esprimere solamente emozioni.

Alla fine del primo conflitto mondiale nacque in Germania la Bauhaus (abbreviazione di Staatliches Bauhaus), scuola di arte e architettura. Erede delle avanguardie anteguerra, fu non soltanto una scuola, ma anche il punto di riferimento fondamentale per tutto il movimento d'innovazione nel campo del design e dell'architettura conosciuto come razionalismo, funzionalismo, "architettura moderna". Nel programma della scuola fu inoltre inserito un corso di fotografia, in contrasto con le idee sulla fotografia solite a far sì che gli studenti sapessero fotografare in modo tecnicamente perfetto. Il panorama complessivo della fotografia del Bauhaus che ci è stato trasmesso spazia dalla fotografia professionale di architetture e oggetti, alla fotografia di palcoscenico, all'inserimento della fotografia nella tipografia e nella pubblicità fino agli esperimenti artistici, che comprendevano l'impiego delle tecniche di montaggio e collage, o di fotogrammi.

Un famoso fotografo surrealista, Man Ray, si avvalse di questa tecnica per realizzare fo-tografie senza l'utilizzo della macchina foto-grafica.Le sue opere (fotogrammi o “rayogrammi”) venivano ottenute poggiando oggetti diret-tamente sulla carta fotografica. L'artista ottenne così delle immagini deformate, quasi in rilievo sul fondo nero. Il procedimento è apparentemente semplice, ma Man Ray lo seppe usare per immagini altamente suggestive.

Nel prossimo articolo sulla Storia della Fotografia parleremo della nascita dell'industria fotografica, nel frattempo chi volesse contattarmi o dare un'occhiata alle mie foto può farlo sulla mia Pagina Facebook.

Ciao, Sara.

10 marzo 2011

Il segreto per fare belle Fotografie

Sempre più spesso mi arrivano e-mail da chi inizia a fotografare, e tutte sono accomunate dalla medesima domanda "Come posso fare belle foto?", scommetto che questa domanda venga fatta almeno un milione di volte al giorno sui forum o su Yahoo Answers, infondo ce la siamo posta tutti ed è quasi naturale farla a chi riteniamo più preparato di noi.

Oggi io voglio dare una risposta chiara a questo quesito.

Nella società di oggi si è radicata la mentalità del tutto e subito in modo facile, questo concetto si è esteso anche al mondo dell'arte, un esempio sono le locandine con su scritto "Chitarrista in 24 ore" realizzate da gente che secondo me dovrebbe stare dietro le sbarre per truffa, ma credete davvero che bastino 24 ore di studio per potersi definire un chitarrista e imparare a suonare?

In fotografia come in tutte le arti (e nella vita) non esiste una formula magica o un corso di 24 ore che ti fa diventare un fotografo, un cantante ecc.. esiste invece l'impegno, il sacrificio, lo studio, la pratica e la passione. 5 parole banali, che a molti daranno anche fastidio perché richiamano alla mente la fatica e un impiego rilevante di tempo.

A chi chiede: "Come posso fare belle foto?"

Io rispondo:
"Puoi arrivare a fare belle foto iniziando a fare molta pratica,  ad essa accosta lo studio, non è essenziale fare un corso base di fotografia ma non lo sconsiglio, si possono trovare su internet un sacco di guide sulla tecnica fotografica, su photoshop ecc..., procurati anche libri di fotografia, internet per quanto sia ricco di risorse non può sostituire totalmente la buona vecchia carta stampata, qui trovi una lista di quelli che reputo i migliori: Libri di fotografia - libri di tecnica fotografica, storia della fotografia e interpretazione dell'immagine. Essenziale è guardare le fotografie dei grandi maestri della fotografia e dei fotografi più bravi di noi, io ho imparato più dalle immagini da cui ho tratto ispirazione che dai vari articoli di fotografia."

Mi dispiace non esiste una formula magica per fare belle fotografie, solo un percorso che si può seguire per arrivare a un livello più alto.


Script di Photoshop, l'elaboratore di immagini - Tutorial Photoshop

Quando hai centinaia di immagini da convertire, hai poco tempo, il cliente sul collo oppure la fidanzata che vuole tutte le foto delle vacanze che hai disgraziatamente scattato non in jpg pronte per stasera…. che fai??
Scartando soluzioni drammatiche valuta le informazioni di questo video tutorial e la vita tornerà a sorriderti.


9 marzo 2011

Frank Horvat intervista Mario Giacomelli

Con questo primo articolo verranno presentati una serie di interviste affettuate dal fotografo Frank Horvat, ad alcuni suoi amici e colleghi fotografi come Robert Doisneau, Mario Giacomelli (Mario Giacomelli su Wikipedia), Hiroshi Hamaya, Joseph Koudelka ed altri, nel periodo tra il 1983 e il 1987 quandò soffrì di problemi alla vista. 

Frank Horvat registrò le conversazioni dalle quali venne fatte un libro nel 1990, "Entre Vues", ora non più stampato e quindi introvabile, che racchiude 12 interviste con altrettanti fotografi sul tema della fotografia come processo creativo. 

Frank H. intervista il fotografo Mario Giacomelli (il suo sito web ufficiale con le sue fotografie).

Affascina la descrizione del suo rapporto con la macchina fotografica, come concepisce il suo modo di fotografare a metà tra sentimento decisivo e un etica morale profonda.



Frank Horvat: Mi chiedo se i tuoi occhi somigliano a quelli di tua madre.

Mario Giacomelli: Non so bene come li aveva, mia madre. Forse la sola differenza tra noi era che lei portava un vestito da donna, e io da uomo. Di mia madre, la cosa che mi sembra la più importante, e anche la più bella, è che in tutta la sua vita non sono mai riuscito a dirle che la amavo. Forse per il mio cattivo carattere, o per timidezza. Non sono mai riuscito a darle un bacio, e nemmeno a chiederle come stava. È morta pochi mesi fa. Ho baciato le sue labbra, dopo morta, ma per me era bello, e da quel momento ho cominciato a vivere con lei, adesso le chiedo come sta, se è felice di me. Son cose più grandi della fotografia, forse è meglio non parlarne.

Frank Horvat: Ma tu guardi i tuoi occhi allo specchio, ogni tanto? Ti chiedi cosa sono, questi occhi?

Mario Giacomelli: Non li guardo, forse neanche li sento. O li sento come un tramite. Quando tu fotografi, hai un'immagine di fronte, che attraverso un forellino entra nella macchina, e tu puoi averne una copia, un estratto. Così sono i miei occhi, uno strumento per prendere, per rubare, per immagazzinare cose che vengono poi intrise e rimesse fuori, per gli occhi degli altri.


Frank Horvat: E la macchina fotografica? Tu non hai una macchina come noi tutti, Kodak o Nikon o Leica.

Mario Giacomelli: Io non so cosa hanno gli altri. Io ho una macchina che ho fatto fabbricare, una cosa tutta legata con lo scotch, che perde i pezzi. Io non sono un amante di queste cose. Ho questa da quando ho iniziato, sempre la stessa. Con lei ho vissuto le cose, belle o brutte, con lei ho diviso tanti attimi della mia vita, senza di lei non potrei -- mi rattrista solo l'idea di staccarmi da lei.

Frank Horvat: Ma questa macchina da dove viene?

Mario Giacomelli: L'ho fatta fare io. Ho smontato un'altra macchina di un amico mio, togliendo tutte le cose inutili. Per me l'importante è che ci sia la distanza e -- cosa c'è d'altro? Io non so came funzionano queste cose. L'importante è che non passi la luce. È una cassa senza niente.

Frank Horvat: E che film ci metti?

Mario Giacomelli: Quello che trovo.

Frank Horvat: Ma un film 35 millimetri?

Mario Giacomelli: Non mi chiedere i millimetri. I film grandi, non quelli piccoli. Non il piccolo formato. Mai avuto.

Frank Horvat: Centoventi?

Mario Giacomelli: Non mi dire mai i numeri! Io so solo una cosa: il sei per nove e ridotto a sei per otto e mezzo.

Frank Horvat: Cioè fai dodici foto con un rullino?

Mario Giacomelli: Non ricordo. Mi sembra che ne faccia dieci, non dodici. Dieci immagini. Per me questo è importante. Una volta ho vinto un apparecchio di piccolo formato, in un concorso, ma non sono riuscito a fotagrafare, era troppo veloce, non c'era più la partecipazione come con la mia macchina, non avevo il tempo di pensare, scattavo quasi inutilmente. E perdevo la gioia più bella, che è questo aspettare, questo preparare l'immagine, girare, cambiare il rullino. Invece questa è giusta per me, per il mio carattere.

Frank Horvat: E che velocità ha questa macchina ? Un trentesimo ? un centesimo ?

Mario Giacomelli: Non ricordo. So che non arriva oltre il duecentesimo. Per fare i paesaggi dall'aereo, me ne faccio prestare un'altra, da un amico, ci sarebbe da vergognarsi, però non me ne frega niente. Per me va bene lo stesso, perché io, se potessi, fotograferei senza macchina, non ho questo grosso amore per la meccanica.

Frank Horvat: E il diaframma che apertura ha?

Mario Giacomelli: Secondo le volte. A Scanno, per esempio, le ho fatte quasi tutte a un venticinquesimo. In inverno faccio due e ventidue.

Frank Horvat: Diaframma ventidue e mezzo secondo.

Mario Giacomelli: So che c'è un due e un ventidue. È la chiusura dell'obiettivo, questo l'ho imparato a memoria.

Frank Horvat: Dunque chiudi completamente l'obiettivo.

Mario Giacomelli: Tutto chiuso, sempre uguale. Perché sono paesaggi. Invece quando faccio le figure no. Tengo l'obiettivo aperto perchè c'è poca luce.

Frank Horvat: E i vecchi nell'ospizio?

Mario Giacomelli: I vecchi nell'ospizio è un altro discorso, adopero un lampo. Volutamente. Perché alla cattiveria di chi ha creato il mondo, di chi ci fa invecchiare, a questa cattiveria aggiungo anche la mia cattiveria. Non tanto per mostrare la materia della pelle, ma per aggiungere qualche cosa di ancora più forte, un contrasto. Il lampo modifica la realtà, la fa più mia.

Frank Horvat: Anche se quello che il lampo ti dà non è quello che vedi al momento in cui scatti?

Mario Giacomelli: Se non lo vedo, non lo scatto. Quando uno è abituato a usare il lampo, non tiene più conto se c'è luce o non c'è luce, solo di quello che sta accadendo di fronte all'obiettivo, dell'espressione dei volti. Direi anzi che so tutto prima.

Frank Horvat: Anche perchè, su ogni progetto, tu non lavori per un giorno o una settimana. Ma per due anni, tre anni. E poco a poco conosci.

Mario Giacomelli:Per me l'importante è crearmi questa atmosfera. Essere chiuso in questa specie di scatola, in contatto con questo piccolo mondo. Vivere le cose che loro vivono, essere uno di loro. All'ospizio sono andato per un anno senza macchina fotografica, perchè non volevo che sentissero la macchina puntata. Ero un vecchio come loro.

Frank Horvat: Che età avevi?

Mario Giacomelli: Avevo cominciato a fotografare da pochi mesi. Avevo una trentina d'anni.

Frank Horvat : Avevi pensato per molto tempo a questa progetto?

Mario Giacomelli: Niente, non ci ho pensato per niente. Le prime immagini che avevo fatto erano state di mia moglie, di mia madre, dicevo loro: "stai li". Ma mi son reso conto che non so fotografare una persona che sorride, che è dolce nel viso, ho bisogno che l'altro sia come sono io dentro. Allora inveisco, divento cattivo. Fotografando loro, ho sentito che avevo bisogno di qualcosa di più vero. Per questo ho pensato all'ospizio.

Frank Horvat: È stato il tuo primo lavoro importante?

Mario Giacomelli: È importante anche oggi. Se dovessi scegliere tra le cose fatte, salvarne una, salverei l'ospizio. Non per l'ospizio in sè, dell'ospizio non me ne frega niente. Quello che mi importa è l'età, il tempo. Tra me e il tempo c'è una discussione sempre aperta, una lotta continua. L'ospizio me ne dà una dimensione più esatta. Prima di fotografare io dipingevo, si potrebbe pensare che dipingere non abbia niente a che fare con il tempo, ma anche allora era il tempo che contava. Ogni sera iniziavo un quadro, e mi imponevo di terminarlo quella notte, anche se non andavo a dormire. Per finire il quadro con quella stessa tensione. Perché il giorno dopo sarei stato un'altra persona, non avrei più sentito le stesse cose.

Frank Horvat : Cosa dipingevi?

Mario Giacomelli: Ho iniziato a dipingere con la terra, incollavo la terra con altre materie, con le foglie, non so se si puo chiamare "dipingere". Poi ho provato i colori, le tele. Poi ho distrutto tutto. Poi, per un periodo, ho scritto poesie, e ho distrutto anche quelle. Poi ho scoperto che la fotografia ha una forza maggioreì di tutte le cose che avevo fatto prima. Anche se non crei, anche se non puoi dire tutte le cose che vuoi, la fotografia ti permette di testimoniare del passaggio tuo su questa terra, come un blocco di appunti. Ho scoperto che questo mezzo meccanico, freddo come dicono, permette di rendere delle verità che nessuna altra tecnica può rendere. La mia prima macchina era una Comet, l'ho comprata il 24 dicembre. II 25 sono andato al mare, e ho provato - ma non capivo neanche come funzionava - ho provato con queste pose molto lunghe. Le onde venivano verso di me e io spostavo la macchina in senso opposto. Ce ne sono state tre a quattro giuste, come le avevo immaginate. Le altre erano da buttare. Così, al primo contatto tra me, la natura e la macchina fotografica, ho scoperto che questo aggeggio meccanico, che prima mi faceva paura, poteva diventare una continuazione di me stesso.


Frank Horvat: E le fotografie le sviluppi tu?

Mario Giacomelli: Le sviluppo e le stampo. Le bacinelle son lì, il tavolo, come vedi, è tutto consumato.

Frank Horvat: E quello che trovi nelle tue foto è quello che pensavi di trovare? O ci sono molte sorprese ?

Mario Giacomelli : Se ci fossero troppe sorprese non le userei. Sono molto vicine a quello che volevo, qualche volta sono proprio quello che volevo. Ma certe nascono anche dal caso, io sono uno che crede anche al caso. Da particolari non preventivati prima, che forse sentivo senza rendermene conto. Qualche volta non vengono come volevo, ma qualche volta vengono meglio.

Frank Horvat: Ma al momento in cui fotografi tu sai quello che vuoi.

Mario Giacomelli: Il fatto che non le butto significa che in qualche modo corrispondono a quello che volevo.

Frank Horvat: Tanto più che tu ti dai il tempo necessario per sapere quello che vuoi, per avvicinarti sempre di più -

Mario Giacomelli: Vorrei entrare dentro. Io credo all'astrattismo, per me l'astrazione è un modo di avvicinarsi ancora di più alla realtà. Non mi interessa tanto documentare quello che accade, quanto passare dentro a quello che accade. E le fotografie che contano di più sono forse quelle che ho vissuto senza scattarle. Questa donna senza denti, che cerca di masticare e non riesce a mandar giù, si toglie di bocca questa cosa e la rimette sul tavolo. Poverette, non vedono. L'altra che le sta vicino la riprende - all' inizio, per mesi, non riuscivo più a mangiare - riprende la cosa masticata dalla prima, se la mette in bocca e continua, come se fosse una cosa sua. Le immagini più vere sono queste, che io conosco e che tu non saprai mai, le immagini che non ho fatto.

Frank Horvat: Ma che sono contenute, in qualche modo, in quelle che hai fatto.

Mario Giacomelli: Certo, vivendo tanto tempo insieme a loro, uno le fa e non se ne accorge.

Frank Horvat: Ci andavi tutti i giorni ?

Mario Giacomelli: Tutti i momenti liberi, Natale, Pasqua, sabato pomeriggio, la domenica appena svegliato e appena fatta colazione.

Frank Horvat: Perché tu sei un fotografo della domenica.

Mario Giacomelli: Fotografo quando ho il tempo. Io non sono un mestierante, nessuno mi può mandare, nessuno mi può dire : "adesso vai a fotografare". Neanche la fame me lo può dire. Vado quando fa comodo a me, quando mi sento preparato. Se sono distratto io non fotografo, neanche mi viene in mente di fotografare.


Frank Horvat: Ma all'ospizio ci andavi ogni settimana.

Mario Giacomelli: Tutti i giorni che non lavoravo in tipografia. Stavo lì, tenevo la mano all'una, portavo le caramelle all'altra che il figlio non andava mai a trovare - e che poi invece mi ha denunciato perché la fotografavo.

Frank Horvat: E in una giornata così facevi un rullino, due rullini?

Mario Giacomelli: Certe giornate non faceva niente. Perché è come se tu ti vedessi in uno specchio, e non sempre hai il coraggio di vederti. Ci sono delle volte che vorresti che non avessero mai inventato lo specchio, perché quell'immagine sei tu, sono i tuoi figli, è tua madre. Ognuna di queste immagini è il ritratto mio, come se avessi fotografato me stesso. Non ho niente contro i vecchi o contro l'ospizio. Solo contro il tempo, questo presente che non esiste mai, già il momento in cui parliamo è fatto un pò di prima, un pò di dopo, di passato e di futuro. Là dentro lo senti ancora di più, come un coltello puntato contro il tuo cuore, ogni cosa ti concerne e ti ferisce. A volte hai il coraggio di fotografare e a volte no. Come a Lourdes, le fotografie che ho fatte non so neanch'io come le ho fatte. Una volta stavo a vedere una bambina, non so che male aveva, la tenevano in quattro o cinque, e lei cercava di morderli, e loro la lasciavano e poi la rincorrevano. Io ho messo giù la macchina sul muretto di quella scalinata, e sentivo le lacrime, non so come si piange, però scendevano come da un rubinetto. Quell'immagine là ho sempre davanti agli occhi, questi miei occhi hanno saputo piangere ma non hanno saputo guardare attraverso la macchina. E la macchina è stata abbastanza onesta per non forzarmi. Apposta voglio tenere questa, che ho sempre avuto, è come se avesse la mia stessa sensibilità, niente di diverso dal mio carattere. Non vuole cose difficili perché non voglio case difficili, la posso lasciare dove voglio, la ho lasciata anche nei campi e l'ho ritrovata, a molti sembra forse un oggetto buttato via. Ma sono cose che è meglio non spiegare.

Frank Horvat: Dunque ci sono delle cose davanti a cui tu ti dici : "questo no, non lo fotografo."

Mario Giacomelli: Non è che me lo dico, io mi accorgo che non fotografo. Quando non accetto come verità quello che i miei occhi vedono, perché mi sembra impossibile che una persona, dopo una vita di stenti e di lavoro, sia condannata in quella maniera. Ci sono delle cose che non vogliono essere riprese. Poi altre volte mi accorgo invece che fotografo: quando posso fare delle immagini che non gridano contro nessuno. Solo contro il tempo.

Frank Horvat: E quando tu le guardi, dopo, queste tue foto, c'è un momento in cui ti dici : "questa va bene e questa no, in questa direzione voglio cercare più lontano"?

Mario Giacomelli: Non capisco cosa vuoi farmi dire. Mi sembra che vuoi sapere qualche cosa che non so dirti. Io non mi dico mai : "adesso scatto, adesso non scatto". Ci sono delle volte che io guardo una cosa, ma le mani sono bloccate. Invece altre volte quello che accade è cosi naturale che lo posso fermare, l'immagine mostra solo quello che mi aspetta domani, non grida contro nessuno.

Frank Horvat: Io ti chiedevo di un secondo tempo, quando guardi i contatti.

Mario Giacomelli: Nel secondo tempo le vedo ancora meglio, queste cose che ho vissuto. Le immagini che scelgo sono quelle che rendono le sensazioni che ho provato nel momento in cui scattavo, le sensazioni che vorrei non perdere, che vorrei dare ad altri. Scelgo le immagini che potrebbero aiutare gli altri a riflettere, ad amare di più la vita.

Frank Horvat: La mia domanda era in relazione al progresso del lavoro. Hai fatto le tue foto domenica, le hai sviluppate lunedi. Martedì guardi i contatti. Ti dici : "Ecco, questa cosa l'ho mostrata bene, quest'altra dovrei cercare di mostrarla meglio domenica prossima" Finchè, dopo tre anni, o cinque anni, tu hai l'impressione di aver reso quello che potevi rendere?

Mario Giacomelli: Questo accade per tutti gli altri soggetti, ma non per l'ospizio. Ogni fotografia è il ricordo di un giorno vissuto in mezzo a loro. Per l'ospizio non faccio programmi, domani vivrò altre situazioni. Invece ho programmato nel caso di certi paesaggi, alcuni addirittura li ho costruiti io. Vengo con il contadino, con il trattore, dico : "Vorrei fare dei segni qui", costruisco la fotografia come un quadro. L'ospizio invece lo vivo come la vita, giorno per giorno, ogni volta imparo delle cose che la volta prima non sapevo.

Frank Horvat: A proposito dei paesaggi, mi hai detto che sei andato verso un'astrazione sempre più grande, finché, ad un certo punto, hai avuto l'impressione di aver esaurito il soggetto.

Mario Giacomelli : L'ospizio, in fondo, è come la vita mia, che continua. Con il paesaggio, invece, purtroppo, mi sono bloccato. A un certo momento ho voluto vederlo verticalmente, per averne una prospettiva diversa. Sono partito da questa terra, come la vede il contadino che ci lavora, poi ho voluto vedere la stessa cosa da sopra. E guardandola così mi è sembrato, ancora una volta, di essere entrato dentro, la terra non era più terra ma segno, come le rughe delle mani, come la pelle dei vecchi. Sulla terra c'è il contadino, che pianta le patate, e che non sa che quello che lui fa è per me un segno, che a me dà un'emozione diversa. Le rughe della terra e della pelle mi insegnano delle cose che non conoscevo, che il contadino non può conoscere, che quello che guida l'aereo non può sapere. Come se qualcuno illuminasse le cose magicamente. I neri nascondono, i bianchi mettono in evidenza certe forme, quello che si viene a creare sulla pellicola è un mondo diverso, certi paesaggi diventano come merletti ricamati. Se il contadino che ha abbandonato quella casa sapesse com'era bella la sua terra, vista così, forse non l'avrebbe abbandonata. Ma qualche volta mi chiedo qual'è la relazione tra la realtà che fotografo e questo segno che resta. Le rughe dei vecchi sono ancora i vecchi, è ancora la loro sofferenza?

Frank Horvat: Quello che dici delle rughe della terra, come le rughe dei vecchi, mi fa pensare che tu vai sempre dritto ai temi essenziali, la vecchiaia, la sofferenza, la terra, l'amore. Forse è per questo che abbiamo parlato dell'occhio e della macchina fotografica, strumenti essenziali del tuo lavoro. Un terzo tuo strumento essenziale, del quale ti vorrei chiedere, è la parola. Perchè il tuo punto di partenza è da una parte lo sguardo, dall'altra la parola. Molte tue fotografie si riferiscono a poemi che hai letto. E immagino che quando tu le guardi e le giudichi, il criterio che te la fa accettare - o rifiutare - è l'aderenza a una parola.

Mario Giacomelli: A quello che ha creato dentro di me la parola.: "Luna vedova per strade di mare"- è bella proprio come immagine - "io non ho più sogni da dormire, nel bianco mattatoio di casa mia". Però io racconto, non illustro. Vedo le immagini del poeta, ma poi cerco emozioni nuove, come se mi lasciassi prendere per mano e portare per strade dove mi sembra di essere sempre passato, e dove invece non sono mai passato. E certe immagini, che prima non mi dicevano niente, da quel momento parlano, respirano. E so che quando la mia emozione mi dice "schiaccia questo pulsante", questo vuol dire che lì qualcosa ci deve essere, anche se a prima vista l'immagine può non parere bella, se il soggetto può sembrare povero, o ridicolo. Come quest'altra: "un muro vecchio e un cane solo". Un'immagine stupidissima, la saprebbe fare chiunque. Ma questa immagine provoca in me una certa emozione, come se azzerassi tutto…

Frank Horvat: Nel senso che metti a zero…

Mario Giacomelli: Che riparto da capo, che mi sento proprio senza niente. Non vedo nè il cane nè il muro, ma vedo come sono piccolo, come ho paura, vedo che domani la mia vita deve finire, mentre pensavo di fare ancora mille cose. Ma non è facile parlare di questo. Se io fossi onesto con me stesso, mi incazzerei come una bestia. Son cose che ho provato ma che non so spiegare, cose belle, che raccontarle è da vigliacchi. Tu me lo spieghi un orgasmo con tua moglie ?

Frank Horvat: Ti voglio chiedere una cosa: c'è questa vita che scorre, e questi istanti che valgono tutti la pena di essere vissuti, e queste diecimila o ventimila foto che tu hai fatto, che sono tutte interessanti. Ma poi ce ne sono venti, o trenta, o quaranta, dove c'è qualcosa di più, la grazia. Tra tutte le foto che tu hai fatto all'ospizio c'è questa, che è stata pubblicata dappertutto…


Mario Giacomelli: Sai perchè per me è bella? Tu vedi la vecchia, l'ospizio. Ma se tu la guardi ancora meglio, non c'è più nè vecchia nè ospizio, è come un mare bianco, come una barca su un'onda. Ma questo è venuto dopo che ho pianto dentro di me una quantità di volte, di fronte ad altre immagini. Non so se questa è più importante, per me sono tutti attimi, come il respiro, quella prima non è più importante di quella dopo, ce ne son tanti, finchè tutto si blocca e tutto finisce. Quante volte abbiamo respirato questa sera? Nessun respiro era più bello dell'altro e tutti insieme sono la vita. Ma un'altra fotografia che sento è questa: perchè c'è qualche cosa che ha ancora il sapore di vivo, ma qualche cosa d'altro che è già come decomposto, deformato. Da qui a qui è passato il tempo, qui riesci a decifrare, qui c'è solo una macchia, solo polvere, si è già impastato tutto, perso tutto. E da dietro, invece, viene una luce. Per un attimo lo sento, questo. Non è una bella fotografia, è tutta sbagliata, ma c'è la mia rabbia di chiedere: "perché essere vivo ? perchè la morte è così vicina? "Io ho sessant'anni, ed è come avere sessant'anni di morte sulle spalle, più morte addosso che vita. Sono queste idee che si impastano con le figure. Come anche in questa dove si baciano, due amanti, lui gli prende le mani, gli fa una carezza. Nessun amore può avere più dolcezza che questo vecchio con questa vecchia. Io faccio queste immagini perché vorrei che gli altri, dal momento in cui le vedono, vivessero diversamente. Che la carezza che questi ancora cercano da vecchi, da giovani l'avessero saputa fare. Quanta gente vive e non sa carezzare? Quante donne muoiono senza aver mai provato l'orgasmo? Quando io mostro questi vecchi, mostro me stesso, le cose che non ho capito, che avrei voluto fare in un'altra maniera, che vorrei ricominciare. Ma l'immagine è solo una minima parte di quelle che sento, è per questo che se ne fanno tante.

Frank Horvat: Ma solo certe sono dei miracoli, solo in certe quello che è stato il flusso della vita si ritrova in quello che è stato fermato. La vecchiettina come una nave sulle onde è un miracolo, il flusso della vita è là, nell'istante che hai fermato.

Mario Giacomelli: Ma forse tu questo lo inventi, la fotografia non è solo quello che tu vedi, ma anche quello che tu aggiungi. Un altro vede magari un'altra cosa, io ho forse visto un'altra cosa. Ma che importanza ha che una veda una cosa o l'altra? Forse l'importante è il contatto tra uomo e uomo, il fatto che parliamo degli alberi che perdono le foglie, delle cose che si calpestano senza accorgersene, di questa casa che muore così, piano piano, il proprietario l'ha abbandonata, eppure magari è nato lì, ha pianto lì, ha riso lì. In questa casa si apre una frattura, piano piano, e un giorno o l'altro la casa cade, e mi dispiacerebbe che morisse senza che io me ne accorga.

Frank Horvat: E tu vai a vederla ogni settimana?

Mario Giacomelli : Conto i giorni come se andassi a trovare un figlio, o una madre. Io con lei riesco a parlare, c'è un legame. E magari non so aprirmi con un altro uomo, perchè lui parla solo di soldi. Io non butto via neanche cinque lire, però non parlo mai di soldi. Perchè le ricchezze, per me, sono proprio queste, le cose inutili che gli altri hanno buttato via, le cose piccole che per molti non hanno senso. Come questa casa che si apre piano piano. Ogni settimana questa casa m'aspetta. Diranno che sono pazzo, ma per me va bene essere un pazzo che si accorge di quello che accade attorno a lui, per me sono più pazzi quelli che non si accorgono. Di tutto no, non mi accorgo, però vorrei accorgermi di tante cose, apposta cerco le cose piccole, perchè le grosse mi soffocano, non sono fatto per le cose grandi, preferisco far grandi le cose piccole.

Frank Horvat: È per questo che le tue foto più grandi le hai fatte qui a Senigallia.

Mario Giacomelli: Le devo far qui, è una questione di respiro. Come sarebbe possibile fare un respiro qui, poi un altro nell'albergo, poi un altro a Milano? Qui tutto è come un respiro continuo. D'altra parte, ci sono delle cose che non si sentono più. Io, per esempio, qui nella mia città, non ha mai camminato con la macchina fotografica in mano, la gente non sa che io fotografo. Mi dà fastidio la gente che sta attorno, che interroga. Dunque mi allontano un pò. Quanto basta per trovare un mondo in cui immergermi. In campagna, per esempio, non mi ero mai reso conto del profumo del fieno, dopo la pioggia. Una cosa che non conoscevo, cinquant'anni inutili per questa cosa, vedi quante cose ci sono da conoscere, però sono tutte piccoline, quasi non fotografabili, ma che si impastano nell'immagine.


Frank Horvat: Finalmente tu, stando qui a Senigallia, riesci a vedere le cose come se tu fossi sbarcato oggi dal pianeta Marte, con l'occhio nuovo. Come quando mi hai detto, alcune ore fa: "Io in automobile sbaglio sempre strada, perché per me le strade sono sempre nuove".

Mario Giacomelli: Perché mi sembra sempre che qualche cosa stia per nascere, che qualche cosa di diverso stia per avverarsi. Il luogo dove le cose accadono non è così importante, un luogo vale l'altro. Mi dicono: come fai a fare queste fotografie? Ma non tengono conto che sono le immagini che scelgono me, non io che scelgo loro. Come se il paesaggio mi dicesse: "ma tu sei tonto, credi che sei tu che fai i paesaggi? Non vedi quanto son bello?" Ci sono delle immagini che ti bloccano loro, e tu cerchi di capirle, però sono loro che vengono da te, come gli sguardi delle donne. Tu dici: "quanto è bella questa!" e se lei ti dà l'occhio più dolce, se vedi che si presta, tu dici : "Madonna! forse io riesco anche a baciarla". Il paesaggio è uguale, tu lo vedi e dici : "Madonna!". Il paesaggio non scappa, ma io ho sempre paura che resti lì solo per un attimo, lo faccio col cavalletto, perché faccio "due e ventidue", devo sempre ricordarmi i numeri perché non capisco mai, con "due e ventidue" ci vuole per forza il cavalletto, allora ho sempre paura che mi scappi, continuo a guardare mentre sposto il cavalletto, trattengo il fiato, io quando fotografo non respiro, mi blocco e scatto, quella per me è la gioia più bella, come se avessi spogliato le più belle donne del mondo. Quando loro si lasciano spogliare. Se son riuscito a fotografarle vuol dire che è andata bene. Se no, si dirà che le ho sognate, e basta.

Senigallia, Febbraio 1987