29 febbraio 2012

Lightroom scorciatoie da tastiera e tavoletta grafica - Corso di Lightroom

Questo articolo fa parte del Corso di Lightroom.

Gli amici di Total-Photoshop.com hanno realizzato un video tutorial su Adobe Lightroom 3.

Nella precedente lezione abbiamo visto Lightroom e Camera Raw differenza tra contrasto e chiarezza.

Lavorare in modo più veloce e personalizzato con Lightroom. Una tavoletta grafica con penna può rendere le cose veramente molto più rapide e comode.

In questo video tutorial si parla di scorciatoie da tastiera per le regolazioni e di come personalizzare gli express key della nostra Wacom Intuos 4.

Consiglio anche di leggere questo articolo: 22 scorciatoie da tastiera per accelerare l'uso di Lightroom - Tutorial




28 febbraio 2012

Nokia 808 PureView 41 Megapixel di solo Marketing

Da qualche giorno circola la notizia (anche su importanti testate giornalistiche) tramite siti web e video youtube che il nuovo smartphone il Nokia 808 PureView abbia 41 Megapixel di fotocamera, notizia che sta portando alla casa finlandese un ritorno pubblicitario enorme.

Sul sito web della nokia nella descrizione dello smartphone appare questa schermata per quanto riguarda la fotocamera...


Però dai "video ufficiali" appare ben chiaro che la fotocamera è di 41 megapixel.

Di certo non c'è molta chiarezza in giro, da un comunicato ufficiale apparso su tom's hardware si afferma che i 41 megapixel servono essenzialmente per zoommare mantenendo una qualità accettabile di 5MP, quindi uno ZOOM DIGITALE, ma a meno che non faccia miracoli cosa che dubito, l'immagine avrà una qualità veramente scadente, molto inferiore a quella di una fotocamera da 5 megapixel di medio-scarso livello dotata di uno zoom ottico.

Inoltre la tecnologia attuale non permette con facilità di avere 41 megapixel su un sensore piccolo come quello di un cellulare senza enormi problemi, dovete sapere che il numero di megapixel non è un diretto indice di qualità delle macchine fotografiche; è vero che un numero più elevato di pixel permette, in linea teorica, un maggior potere risolutivo, ma questo è spesso limitato dal sistema ottico utilizzato per convogliare l'immagine sul sensore.

Se il potere risolutivo del complesso di lenti è inferiore al potere risolutivo della matrice di pixel allora non si avrà alcun guadagno nell'aumentare in numero di pixel, anzi si avrà un peggioramento delle prestazioni del sistema a causa del maggiore rumore elettronico introdotto.

Io dubito che la lente montata su questo smartphone abbia un così alto potere risolutivo visto che non ce l'hanno manco lenti che da sole costano più di questo nokia, le stesse fotocamere professionali si guardano bene da aumentare troppo i megapixel, la nikon D800 appena uscita arriva a 36MP e costa più di 2000 euro, pensate di fare le stesse foto con un cellulare che abbia gli stessi megapixel? Provate a scattare prima con un telefono con 8 megapixel di fotocamera e poi con una reflex con lo stesso numero di pixel e fatemi sapere...

Mi fanno ridere gli articoli in cui trovo frasi senza un senso come questa:
che si traduce in una capacità di zoom senza perdere chiarezza
Complimenti a tutti gli pseudo giornalisti che si improvvisano fotografi pubblicando perle di saggezza come sopra (che è una delle tante) aiutando il marketing ingannevole che ci vuole convincere che contanto solo i megapixel.

Magari questo smartphone è veramente rivoluzionario, ma scommetto che all'atto pratico della stampa (ipotizziamo una 30x40cm) o visione al pc, non noteremo la differenza fra un nokia 808 e un iphone 4s o altri smartphone di qualità, anzi....

Personalmente penso sia un'esagerazione atta ad attirare i meno esperti, se si vuole avere lo zoom su uno smartphone la trovata giusta non è certo quella di aumentare a dismisura i megapixel, l'ennesima trovata di marketing riuscita per richiamare l'attenzione su di se.

Inoltre non oso introdurre concetti come gamma dinamica, sensibilità ISO ecc..



26 febbraio 2012

Visione stereoscopica, il primo 3D risale al 1600! [1613] - Storia della Fotografia

Ho in precedenza parlato della fotografia 3D nel seguente articolo: Come creare foto 3D

In questo post parlerò delle sue origini.

La stereoscopia (raramente detta anche stereofotografia o stereografia) è una tecnica di realizzazione e visione di immagini, disegni, fotografie e filmati, atta a trasmettere una illusione di tridimensionalità, analoga a quella generata dalla visione binoculare del sistema visivo umano.

Pare che il primo ad occuparsi di visione tridimensionale sia stato il filosofo e matematico greco Euclide e molti secoli più tardi realizza esperimenti in tal senso Leonardo da Vinci; tra il XVI e il XVII secolo è oggetto di interesse sia da parte di studiosi quali il filosofo – alchimista Giovanni Battista Della Porta (che si occupa anche ripetutamente del fenomeno della camera oscura) o pittori come Jacopo Chimenti, detto l’Empoli.

Il termine “stereoscopico” si deve però al gesuita belga François de Aguilón, che nel 1613 dà alle stampe il volume “Francisci Aguiloni e Societate Iesu Opticorum libri sex: philosophis iuxta ac mathematicis utiles”: nel libro sesto di tale opera un capitolo è dedicato tra l’altro a “De stereographice altero proiectionis genere ex oculi contactu”.

Tuttavia nel 1800 che la stereoscopia diviene finalmente una realtà alla portata di tutti.

Ciò che ci consente di vedere in tre dimensioni è la visione binoculare, dal momento che i nostri occhi vedono la realtà da due posizioni differenti: ogni occhio registra un’immagine da una propria angolazione e ciò che vediamo è il risultato della sovrapposizione di queste due visioni operata dal cervello secondo un meccanismo che ancora non è stato del tutto chiarito.

La sovrapposizione delle immagini consente al cervello di valutare la distanza dell’oggetto visualizzato, che è la stessa per entrambi gli occhi soltanto se l’oggetto è un piano (lo schermo televisivo, per esempio).

L’oggetto viene quindi percepito come vicino o lontano (e di conseguenza in tre dimensioni) in funzione dello scostamento a destra o a sinistra dal punto di collimazione degli assi interottici: gli occhi si trovano infatti ad una distanza di circa 6 cm uno dall’altro.

Una foto stereoscopica del 1860


Per ottenere la visione tridimensionale di un’immagine che si trova su un piano, come nel caso della fotografia, bisogna quindi riprodurre artificialmente la visione binoculare e ciò che si crea è l’illusione della tridimensionalità.

Per fare ciò è necessario disporre di due fotografie dello stesso soggetto, riprese nello stesso momento dalla stessa distanza ma da due angolazioni differenti.

Bisogna quindi disporre di una fotocamera dotata di due obiettivi che si trovano a circa 6 cm l’uno dall’altro: tale doppia fotografia dovrà poi essere osservata con un visore apposito, che consenta agli occhi di inviare al cervello due immagini che quest’ultimo sovrappone facendo vedere una sola fotografia tridimensionale.

I primi tentativi di ricreare la visione stereoscopica precedono quindi di molto la scoperta della fotografia e vengono effettuati con disegni appositamente realizzati.

Charles Wheatstone
Colui che per primo ottiene tangibili risultati in tal senso è il fisico inglese sir Charles Wheatstone nel 1832.

Nel 1838 lo scienziato britannico pubblica un trattato sulla visione binoculare, dovuta al differente posizionamento delle due immagini percepite da ogni occhio. Illustra il testo con le sue coppie di disegni stereoscopici: i primi stereogrammi.

Per la visualizzazione di questi primi disegni "stereografici" Wheatstone utilizza uno strumento ottico basato su sistema di specchi e prismi, che indirizza correttamente le immagini destinate all'occhio destro e sinistro: lo stereoscopio a specchi. Guardando queste immagini bidimensionali, era così possibile sperimentare l'illusione della profondità tridimensionale. Wheatstone propone di chiamare lo strumento Stereoscope. L'invenzione di Wheatstone risale al 1832 ma il brevetto solamente al 1838.

Lo stereoscopio a specchi di Charles Wheatstone

Grazie agli sviluppi della fotografia, e in particolare con l'invenzione della sciadografia (ovvero del negativo fotografico), sir Charles Wheatstone intravede nuovi possibili sviluppi nella sua ricerca. Entra così in contatto con William Fox Talbot, commissionandogli i primi esperimenti di "stereofotografia".

Nel 1838 Wheatstone presenta il primo stereoscopio così realizzato alla Royal Society di Londra. Lo stereoscopio di Wheatstone non riscontra però un grande successo, poiché complesso e ingombrante, si dovrà infatti attendere il 1849 quando sir David Brewster, che aveva già brevettato il caleidoscopio, realizza un più leggero e maneggevole stereoscopio: si tratta di un "binocolino" dotato di lenti attraverso cui guardare una coppia di fotografie, realizzate con due fotocamere affiancate, poste all'altra estremità dell'apparecchio.

Lo stereoscopio di David Brewster

J.B.Dancer's Stereoscopic camera
È del 1852 l'invenzione della fotocamera binoculare (anche conosciuta come fotocamera stereoscopica o stereo camera), per opera di J.B. Dancer, un ottico di Manchester.

Nel 1858 lo stereoscopio di Brewster viene presentato all'Esposizione Universale di Londra, suscitando l'interesse della regina Vittoria che ne volle subito uno per sé.

Visto l'enorme interesse riscosso dall'oggetto, da prima la ditta parigina Duboscq & Soleil, poi svariate altre ditte, soprattutto inglesi, francesi e americane, produrranno in serie lo stereoscopio Brewster, che divene a breve un enorme successo presso la borghesia europea e americana. Negli Stati Uniti Oliver Wendell Holmes realizza infatti una versione più economica dello stereoscopio di Brewster.

Col tempo alle fotografie in bianco e nero su cartoncino, si affiancheranno fotografie colorate a mano stampate su carta sottile e, successivamente, stampe fotografiche su lastre di vetro (delle diapositive ante litteram), sovente anch'esse colorate, che conferiscono maggiore profondità alle immagini stereoscopiche.

Riproduzione di stereoscopio ottocentesco Holmes
A fine ottocento per lo stereoscopio inizierà una fase di declino, destino condiviso con la lanterna magica, causato principalmente dalla nascita del cinema.


Stereogramma parallelo per stereoscopio del Colosseo, scattato da Havley C. White nel 1901
Fonti:
- Storiadellafotografia.it (Fonte principale)
- Wikipedia



24 febbraio 2012

Come impugnare la fotocamera - Corso di Fotografia - Lezione 13

Il corso di fotografia online è estrapolato dal libro di fotografia intitolato "Manuale di Fotografia - Occhio, Mente e Cuore" in vendita a 3 euro in versione Ebook PDF.

Questo articolo fa parte del Corso di Fotografia Digitale Online.

Una volta comprata la nostra macchina fotografica dobbiamo imparare a tenerla in mano, esiste una tecnica corretta anche per questo, dopo i primi tentativi verrà istintivo applicarla. Impugnare correttamente la fotocamera e seguire determinate regole durante la fase di scatto ci potrà evitarci problemi di micro mosso se dovessimo scattare in condizioni di scarsa luminosità.


Per avere una postura corretta ed evitare il micro mosso durante la fase di scatto si deve:

  • Tenere i piedi leggermente larghi e posizionarne uno più avanti
  • Usare il mirino
  • Piegare i gomiti avvicinandoli ai fianchi
  • La mano sinistra deve reggere il corpo della reflex e l'obiettivo da sotto, con il palmo rivolto verso l'alto permettendo anche di agire sui due anelli posti sull'obiettivo, ovvero lo zoom (se non è un’ottica fissa) e la messa a fuoco; la mano destra va sull'impugnatura della reflex con l'indice che è pronto a premere il pulsante di scatto. Per obiettivi molto pesanti consiglio di mantenere la mano sinistra sotto l'obiettivo oppure sul lato sinistro a forma di "C". Molto utile è il battery grip sotto la reflex in modo da controbilanciare parzialmente il tutto e poter fare facilmente inquadrature verticali.

Battery grip Neewer

Per attenuare le micro vibrazioni delle mani dovute al battito cardiaco bisogna trattenere il respiro per qualche secondo durante la fase di scatto (questo per rallentare i battiti), altro consiglio è scattare poco dopo aver espirato l'aria. Ovviamente questa serie di accorgimenti tecnici si applicano quando si è obbligati a scattare con tempi lunghi a mano libera dove il rischio di mosso è molto alto, personalmente se scatto con tempi rapidi, che io considero da 1/200 in poi, non uso la tecnica del trattenere il fiato. Inoltre i sistemi di stabilizzazione sono sempre più complessi ed evoluti, per esempio le macchine fotografiche mirrorless della Panasonic hanno un doppio stabilizzatore di immagine, uno sul sensore e uno sull'obiettivo.


Conviene utilizzare tempi di scatto non troppo lunghi, questo dipende dall'ottica che si usa e dalla scena che si fotografa, in genere i tempi di sicurezza per evitare il micro mosso vanno minimo da 1/80 in poi, esiste una regola generale che dice che il tempo di sicurezza per il micro mosso bisogna calcolarlo in base alla lunghezza focale, per esempio a 100 mm si usa 1/100 in analogico, mentre se siamo in digitale 100 mm si moltiplica per 1,5 ovvero un 1/150.

Usare un treppiedi o sfruttare gli appoggi naturali come per esempio un muretto.

Questi accorgimenti tecnici che ho elencato possono essere utili quando si vuole fotografare un soggetto statico in condizioni di poca luce e non si ha un cavalletto a portata di mano, allora questo è il miglior modo per ridurre le vibrazioni evitando il micro mosso, dubito che riuscirete a usare tutti questi accorgimenti in generi come il reportage o la street photography.

22 febbraio 2012

Calibrazione Fotocamera, i segreti di Camera RAW e fotoritocco paesaggio - Tutorial per Photoshop


Francesco Marzoli di www.digitalpostproduction.it ci spiega in questo suo Webinar della durata di 58 minuti la Calibrazione della Fotocamera, tutti i segreti dello sviluppo dei file raw e il ritocco della fotografia di paesaggio.

Inoltre se ve lo siete persi vi consiglio la visione del video: Fotoritocco di pelle e viso e calibrazione monitor - Tutorial Photoshop


21 febbraio 2012

Come creare un blog di fotografia, avere molti lettori e guadagnare soldi

Quando si apre un sito web, nel nostro caso un blog di fotografia (di qualunque genere, che sia di tecnica fotografica o di presentazione delle nostro foto) la prima cosa a cui si pensa è COME POSSO AVERE UN BUON NUMERO DI LETTORI?

La maggior parte dei blog, anche se interessanti, spesso finisce con l'essere visitato solo per sbaglio da qualche utente o dai pochi contatti facebook col quale condividiamo i nostri articoli.

I motivi possono essere tanti, e vanno dalla mancanza di tempo all'inesperienza nella programmazione web alla scarsa conoscenza delle tematiche inerenti il SEO (Search Engine Optimization, SEO, in inglese).

Per avere un blog fotografico di successo ci sono due strade:
  1. Prima strada: Iniziate a studiare HTML e vari linguaggi di programmazione, imparate un po' di grafica, studiate cosa è il SEO, vi aprite un blog su cui impegnerete più tempo a promuoverlo che a scrivere e accettate il rischio che molto probabilmente sia un buco nell'acqua.
  2. Seconda strada: vi trovate una community di blog specialistica in cui i vostri articoli girino in un circuito di gente interessata all'argomento e in cui tutte le magagne dalla programmazione alla condivisione degli articoli siano affidate a terzi, ovvero si è liberi di concentrarsi solo sui contenuti sapendo che comunque i propri articoli saranno letti da un bel po' di utenti.
Forum di fotografia.it non è più un semplice forum ma anche una vera e propria community di Blog, dove vengono messi in evidenza automaticamente dal sistema i post più recenti, gli articoli e i blog più popolari.

Ogni utente ha un proprio blog che si autogestisce come meglio crede, con tanto di indirizzo personalizzato, ogni volta che pubblica un articolo esso viene condiviso sulle fanpage (ce ne sono più di una oltre quella ufficiale) al sito collegate e all'account twitter della community.

E' inoltre possibile inserire i propri annunci adsense per guadagnare col proprio sito.

Gli articoli più interessanti saranno condivisi sui miei canali personali (come la mia fanpage che conta più di 13000 iscritti) e letti da migliaia di persone!

Il link della blog community è il seguente: www.forumdifotografia.it/blogs/

ATTENZIONE per iniziare a scrivere dovete leggere la seguente guida: Presentazione/Guida blog community


20 febbraio 2012

La luce - Corso di Fotografia - Lezione 12

Il corso di fotografia online è estrapolato dal libro di fotografia intitolato "Manuale di Fotografia - Occhio, Mente e Cuore" in vendita a 3 euro in versione Ebook PDF.

Questo articolo fa parte del Corso di Fotografia Digitale Online.

Abbiamo parlato della macchina fotografica e dei principali accessori, ma ciò che conta più di ogni altra cosa in fotografia è la luce, lo stesso termine "fotografia" deriva dal greco dall'unione di due parole phos (luce) e graphis (scrivere), letteralmente significa "scrivere con la luce".

È la luce riflessa dal mondo intorno a noi che rende visibile il mondo stesso, una cosa fondamentale da sapere è che il comportamento della luce cambia a seconda delle superfici da cui è riflessa, superfici ruvide rifletteranno la luce disperdendola in tutte le direzioni, mentre superfici lisce avranno l'effetto contrario.

Indipendentemente dal soggetto e dalla fotocamera utilizzata la quantità e la qualità della luce presente sulla scena è determinante per la riuscita o no di una fotografia, quindi il fotografo deve saper sfruttare al meglio la luce disponibile. Più chiara è una superficie più luce rifletterà, infatti le superfici bianche riflettono gran parte dei raggi luminosi, viceversa invece quelle nere.

Il senso di una foto può variare notevolmente a seconda dell’illuminazione utilizzata, poiché dalla luce dipende come percepiamo la forma e il volume degli oggetti, modificando l'illuminazione possiamo dare un tono più o meno drammatico a una foto, esaltare o nascondere certi dettagli.

Senza entrare nel dettaglio fisico che spiega il fenomeno, la luce, a seconda della fonte, ha una temperatura più calda o più fredda. La misurazione viene fatta in gradi kelvin. Nell'immagine seguente è possibile vedere il colore della luce e il relativo grado kelvin.

Temperatura colore della luce

Qui di seguito alcune indicazioni sul colore in base alla fonte di luce:

  • Candela 1800°K luce molto calda
  • Luce domestica (tungsteno): 2500°K luce calda
  • Tramonto 3000°K - Lampada da studio al tungsteno 3200°K
  • Luce solare/flash 5500°K luce bianca/neutra
  • Luce cielo nuvoloso 7000°K luce leggermente fredda
  • Lampada fluorescente superdiurna 8000°K luce fredda

Durante una sessione di scatto, soprattutto in interni, non troveremo una sola fonte di luce ma diverse, quindi avremo una condizione di luce mista. È importante impostare la corretta temperatura colore sulla macchina fotografica altrimenti c'è il rischio di avere fotografie blu, rosse e gialle.

Lavorando in raw è possibile gestire la misurazione corretta del colore della luce in postproduzione, argomento che affronteremo più avanti parlando del bilanciamento del bianco. L’indubbio vantaggio della luce naturale è che possiamo disporre di essa a costo zero, ma come potete immaginare è difficile da gestire, varia continuamente di inclinazione, intensità e colore; a seconda dell'ora del giorno, del mese o della zona geografica restituisce diversi effetti cromatici, vi consiglio di fare un esperimento, fotografate lo stesso paesaggio in diverse ore del giorno e durante stagioni differenti per vedere come muta al variare della luce.

In interni la luce può passare solo attraverso le finestre, in questo modo solo una parte del soggetto risulterà illuminata creando ombre sulla parte opposta, per attenuare le ombre esistono due metodi, o usare un pannello riflettente oppure se è presente sfruttare la tenda bianca, con quest'ultimo metodo avremo una luce sensibilmente più morbida poiché la tenda farà da softbox, considerate però il fatto che essa assorbirà parte della luce abbassando il livello di luminosità della scena, ovviamente si deve tenere sempre spenta l’illuminazione artificiale della stanza per evitare situazioni di luce mista.

Fotografando con una luce diffusa le forme e i volumi vengono messi meglio in evidenza, poiché come già detto le ombre risultano più morbide e i colori meno forti e accentuati.

Al contrario la luce diretta del sole (come quella che si trova verso mezzogiorno) produce un forte contrasto, con colori intensi e ombre molto scure; quando ci troviamo in esterni in una giornata nuvolosa il contrasto diminuisce e l'illuminazione diviene più uniforme, se il sole viene completamente coperto dalle nuvole le differenze tra luce ed ombra scompaiono del tutto, l'illuminazione è uniforme e le ombre si formano soltanto nei punti dove la luce del cielo non può arrivare, per esempio sotto gli oggetti.

Foto scattata all'alba.

L’alba e il tramonto sono i momenti che preferisco (l’alba in particolar modo), il sole è basso sull’orizzonte e la luce è calda e morbida, soprattutto all'alba vi è una particolare atmosfera e le foto risultano più inusuali rispetto a quelle realizzate al tramonto, inoltre è bellissimo sentire l’aria pulita e il silenzio della città che ancora deve svegliarsi.

Effetto foto antica - Tutorial per Photoshop

Con pochi semplici passaggi è possibile ricreare in modo realistico una fotografia dei giorni d'oggi come se fosse uno scatto di 50 anni prima. Realizzato da Luciano Boschetti, fotografo.

Video Tutorial realizzato da Luciano Boschetti, fotografo.






PER LA LISTA COMPLETA DI VIDEO TUTORIAL SU PHOTOSHOP CLICCA QUI

17 febbraio 2012

L'esposimetro e le modalità di esposizione - Corso di Fotografia - Lezione 11

Il corso di fotografia online è estrapolato dal libro di fotografia intitolato "Manuale di Fotografia - Occhio, Mente e Cuore" in vendita a 3 euro in versione Ebook PDF.

Questo articolo fa parte del Corso di Fotografia Digitale Online.


L’esposimetro potendo essere sia interno (ovvero incorporato nella fotocamera) che esterno è uno strumento di vitale importanza per un fotografo.

Serve a misurare la luce necessaria per ottenere un'esposizione corretta suggerendoci la coppia tempo / diaframma da usare in base agli ISO che abbiamo impostato.

Gli esposimetri si dividono in due categorie:

A luce riflessa: lo sono tutti gli esposimetri incorporati nelle fotocamere, la misurazione avviene puntando la macchina fotografica verso il soggetto, l'esposimetro misura la luce che questo riflette verso la fotocamera.

A luce incidente: sono esposimetri esterni solitamente usati nella fotografia in studio, si posiziona accanto al soggetto da riprendere puntando la semisfera bianca verso la fotocamera, potrebbe capitare che la scena presenti un contrasto elevato, in questo caso puntate l'esposimetro direttamente verso la fonte di luce e calcolate una media tra questa lettura e quella delle zone in ombra.

Nell'esposimetro della fotocamera la lettura della luce può avvenire in 5 modalità diverse, che devono essere scelte a seconda delle condizioni di luce e dell’atmosfera che vogliamo creare.


  • Multi zona o valutativa: è la modalità standard impostata sulle reflex, detta anche Matrix (Matrice), la scena viene suddivisa in zone, più precisamente in piccoli quadratini come in una scacchiera (o appunto una matrice), l’esposizione viene poi valutata su ogni singolo quadratino e infine, con un particolare algoritmo proprietario e diverso per ogni singolo costruttore, riportata a un valore medio, la luce viene misurata e mediata secondo delle scene standard memorizzate nella fotocamera, è il sistema di misurazione attualmente più affidabile e avanzato.
  • Media a prevalenza centrale: sfrutta tutto il campo inquadrato ma si da più peso alla parte centrale, in cui si presuppone ci sia il soggetto, una volta era la modalità d'esposizione più diffusa, oggi sta andando piano piano in disuso in quanto con la "valutativa" e la "parziale", si ottengono quasi sempre risultati migliori, inoltre può produrre grossolani errori a causa di fonti di luce o zone d'ombre all'interno della scena. È adatta per i ritratti perché legge bene i toni della pelle, il soggetto però deve essere al centro della composizione.
  • Semispot o parziale: delimita un'area al centro dell’inquadratura alla quale dare più importanza nella misurazione della luce. La grandezza di quest'area varia da macchina a macchina, ma si aggira sempre tra l'8% e il 10% circa. Risulta utile quando si hanno soggetti in primo piano con sfondi chiari o luminosi, o anche quando si fotografa in leggero controluce. È simile alla spot (che ora vedremo), ma l'angolo inquadrato è più ampio, indicativamente 9° e risulta più complessa per chi è alle prime armi.
  • Spot: può essere definita come una "parziale" ancora più accentuata. In pratica viene delimitata una piccola area al centro del fotogramma (anche in questo caso può variare e si aggira intorno al 2% o 3% circa) e l'esposimetro fornisce la coppia tempo / diaframma adatta solo per quella piccolissima porzione inquadrata ignorando tutto il resto della scena. È adatta in particolari situazioni di luce, come ad esempio spettacoli teatrali o in pieno controluce; misurando l’esposizione in modo preciso sul soggetto desiderato, la macchina non verrà ingannata dalla luce (o dal buio) che lo circonda. Utile, ma difficile da utilizzare.
  • Multi spot: rappresenta un'evoluzione del sistema spot, la si usa tutte le volte che nella scena sono presenti luminosità differenti, invece di lasciare decidere il sistema multi zona (in caso esso si sia rivelato inefficace) possiamo scegliere noi le parti che ci interessano e sarà poi compito della fotocamera fare la giusta media matematica per trovare l'esposizione corretta.

Articolo scritto col col contributo di Leonardo Tuttoleo Nucci.

16 febbraio 2012

Lightroom e Camera Raw differenza tra contrasto e chiarezza - Corso di Lightroom

Questo articolo fa parte del Corso di Lightroom.

Gli amici di Total-Photoshop.com hanno realizzato un video tutorial su Adobe Lightroom 3.

Nella precedente lezione abbiamo visto la curva di viraggio per la gamma tonale.
Uno dei primi dubbi quando si inizia a usare lightroom è la differenza tra contrasto e chiarezza.

Una questione che si pone tanto in Lightroom che in Camera Raw.
In questo video tutorial vedremo a cosa servono e le differenze tra le due funzioni.





15 febbraio 2012

Robert Johnson, il chitarrista del diavolo [1936] - Le foto che hanno fatto la storia


«Devo correre, il blues viene giù come grandine. La luce del giorno continua a tormentarmi... c'è un segugio infernale sulle mie tracce.» cit. Robert Johnson

Anni fa vidi con piacere una puntata esilarante dei Simpons in cui Bart vendeva la propria anima a Milhouse. La tematica è di quelle scottanti.

Considerate un altro esempio, il film "La morte ti fa bella" con protaginisti Meryl Streep e Bruce Willis. Anche in questo caso si assiste alla vendita dell'anima pur di ricevere in cambio la bellezza eterna. Le origini di questo plot narrativo sono antichissime e nel corso dei secoli è stata riproposto, in base alle esigenze narrative, sotto svariate forme.

Uno degli aneddotti più interessanti a riguardo è quello di Robert Johnson, autentica colonna portante della musica blues statunitense.

Robert morì a soli 27 anni (possiamo considerarlo il primo socio del club27?) pur lasciando all'umanità 29 registrazioni di straordinaria fattura tecnica ed una vicenda umana ancora avvolta nel mistero. Sembrerebbe che tale Johnson non riuscisse, orginariamente, a suonare chissà quanto bene la chitarra.

Dopo la sofferenza provocata da un lutto, decise di allontanarsi dalla propria cittadina per compiere un viaggio. Al ritorno, dopo circa un anno, Robert dimostrò di possedere una tecnica chitarristica inusuale, riuscendo a realizzare impressionanti evoluzioni mai viste fino a quel momento.

Secondo la leggenda, durante il viaggio intrapreso, ebbe modo di incontrare ad un incrocio il Diavolo. Con quest'ultimo stipulò un patto: cedette la propria anima per riuscire a suonare come nessun altro al mondo.

Lo stesso Johnson, nei suoi testi, scrisse di questo incontro giungendo persino a chiedere perdono a Dio nella canzone "Crossroad blues".

Come se non bastasse, la morte del chitarrista fu un autentico caso ancora oggi insoluto. La fonte più accreditata sostiene che sia stato avvelenato dal proprietario di un locale ove si esibiva abitualmente.

Siete liberi di pensarla come volete sulla veridicità di tale racconto ma non potete esimervi dall'ammirare l'ennesimo genio sregolato della musica moderna.

Articolo scritto da Roberto Pavone

Elenco completo foto: Le foto che hanno fatto la storia



13 febbraio 2012

Tubi di prolunga e lenti addizionali per la macrofotografia - Corso di Fotografia - Lezione 10

Foto di JD Hancock
Il corso di fotografia online è estrapolato dal libro di fotografia intitolato "Manuale di Fotografia - Occhio, Mente e Cuore" in vendita a 3 euro in versione Ebook PDF.

Questo articolo fa parte del Corso di Fotografia Digitale Online.

I tubi di prolunga e le lenti addizionali sono accessori utilizzati in macrofotografia, solitamente vengono adoperati dai fotoamatori alle prime armi che hanno a disposizione un budget limitato, un'ottica macro ha un costo elevato, quindi è giusto esplorare questo genere spendendo il meno possibile con risultati apprezzabili per decidere dopo se è quello che vogliamo fare o no.

Iniziamo parlando delle lenti addizionali, vengono montate sull'obiettivo della fotocamera per incrementare il fattore di ingrandimento, per le compatte è necessario acquistare degli anelli adattatori.

Si possono combinare tra loro più lenti per avere una maggiore capacità di ingrandimento, però attenzione, conviene montare per prima la lente di maggior potenza.

Se potete evitate di montare più lenti, l’ideale sarebbe un unica lente con maggiore capacità di ingrandimento.

Le lenti addizionali hanno 2 vantaggi:

  • Non assorbono la luce
  • Aumentano l'avvicinamento al soggetto.

A differenza delle lenti addizionali i tubi di prolunga aumentano l'ingrandimento del soggetto e diminuiscono la minima distanza di messa a fuoco incrementando la distanza dell'obiettivo sensore (vanno inseriti tra l'obiettivo e il corpo macchina), sono privi di lenti e vengono venduti di solito in set da tre pezzi di diversa lunghezza, usando tubi più lunghi o unendo più elementi assieme diminuisce la quantità di luce che colpisce il sensore.

Tubi di prolunga Neewer

Tubi di prolunga Neewer

I tubi di prolunga sono muniti di contatti elettrici che permettono all'obiettivo e alla reflex di dialogare tra di loro per il mantenimento degli automatismi di esposizione e autofocus.

Svantaggi dei tubi di prolunga:

  1. Per usarli si deve smontare l'obiettivo esponendo il sensore alla polvere.
  2. La luminosità si riduce per un valore di 1-2 stop circa.
  3. Si avrà una maggiore difficoltà nella messa a fuoco perché nel mirino la scena sarà più scura.

Mentre ricapitolando le lenti addizionali presentano i seguenti vantaggi:

  1. Costano meno dei tubi di prolunga.
  2. Non comportano riduzione di luminosità.

Attenzione, le lenti addizionali devono essere di buona qualità, pena, l’introduzione di aberrazioni che influiscono sulla qualità dell'immagine. Le aberrazioni aumentano con l'aumentare delle diottrie e si sommano montando una lente sull'altra.

Le lenti migliori sono costituite da doppietti acromatici incollati.

Da +1 a +3 possono andare bene anche a lente singola perché l'aberrazione è ridotta. Ma con +4 è facile che qualche aberrazione cromatica salti fuori.

10 febbraio 2012

Che cos'è la storia della fotografia e le origini del mezzo fotografico, da Aristotele a Niépce


Che cos'è la storia della fotografia?

La storia della fotografia descrive le vicende che portarono alla realizzazione di uno strumento capace di registrare il mondo circostante grazie all'effetto della luce, una definizione esatta ma limitante, perché secondo me non è la storia della macchina fotografica ma della FOTOGRAFIA, quindi anche dei vari generi fotografici, dei movimenti artistici e culturali, dei grandi maestri e di tutti coloro che fino ad oggi hanno dato un importante contributo a questo bellissimo mondo.

La fotografia nasce dall'osservazione, dallo studio e dall'applicazione di un fenomeno fisico e di un fenomeno chimico, legati rispettivamente al comportamento ed all’azione della luce.

Quando un raggio luminoso entra in un luogo buio attraverso un’apertura di dimensioni molto piccole, proietta all’interno l’immagine rovesciata della realtà esterna; tale fenomeno era noto dall’antichità, tanto che alcuni testi fanno iniziare la storia della fotografia da Aristotele, uno dei primi a compiere osservazioni ed esperimenti specifici sul comportamento dei raggi luminosi, osservò che la luce, passando attraverso un piccolo foro, proiettava un'immagine circolare. Lo studioso arabo Alhazen Ibn Al-Haitham giunse, (prima del 1039), alle stesse conclusioni, definendo la scatola nella quale tutte le immagini si riproducevano con il termine "camera obscura"

Subito dopo il Mille il fenomeno viene studiato e descritto da eruditi arabi e nella seconda metà del tredicesimo secolo dal fisico inglese Roger Bacon. Nel quattordicesimo secolo, prima il messinese Francesco Maurolico (Photismi de lumine et umbra) e poi Leonardo da Vinci (nella raccolta di scritti conosciuta come Codice Atlantico) spiegano il funzionamento della camera oscura e parallellamente quello dell’occhio.

Il testo di Leonardo in particolare, letto oggi, risulta molto significativo in relazione a quelle che saranno le caratteristiche dell’apparecchio fotografico:

La sperientia che mostra come li obbietti mandino le loro spetie over similitudini intersegate dentro all’ochio nello umore albugino si dimostra quando per alcuno piccolo spiraculo rotondo penetrano le spetie delli obbietti alluminati in abitatione fortemente oscura; allora tu riceverai tale spetie in una carta bianca posta dentro a tale abitatione alquanto vicina a esso spiraculo e vedrai tutti li predetti obbietti in essa carta colle lor propie figure e colori, ma saran minori e fieno sotto sopra per causa della detta intersegatione li quali simulacri se nascierano di loco alluminato dal sole paran propio dipinti in essa carta, la qual uole essere sottilissima e veduta da riverscio, e lo spiracolo detto sia fatto in piastra sottilissima di ferro.

In basso un'immagine realizzata da Leonardo da Vinci durante i suoi studi sul comportamento della luce e sul funzionamento dell'occhio umano.


Nello stesso periodo hanno inizio gli studi di ottica finalizzati alle applicazioni sulla camera oscura.

Quest’ultima viene realizzata in varie forme, la più comune delle quali è una specie di scatola costruita in legno, dotata su un lato di un minuscolo foro di ingresso della luce praticato in un sottilissimo foglio di metallo (foro stenopeico) e recante sul lato opposto un vetro smerigliato su cui osservare l’immagine.

La camera oscura è diventata uno strumento: viene utilizzata nel Rinascimento per proiettare, su pareti o su tele, le tracce che servono per realizzare disegni o dipinti.

Ne fa uso un pittore come Raffaello e nei secoli successivi la utilizzeranno altri artisti (Canaletto, Vermeer) e in genere coloro che si trovano nella necessità di riprodurre paesaggi e prospettive nella maniera più fedele possibile.

Girolamo Cardano

Lo scienziato e filosofo italiano Girolamo Càrdano verso la metà del 1500 applica alla camera oscura una lente biconvessa in sostituzione del foro stenopeico, in modo da concentrare i raggi luminosi e migliorare in tal modo nitidezza e qualità dell’immagine.

Dopo pochi anni (1569), il veneziano Daniele Barbaro, professore dell’università di Padova, dimostra che l’applicazione di un diaframma di diametro inferiore a quello della lente migliora la qualità dell’immagine.

Daniele Barbaro

Sempre a proposito di lenti va ricordato che nel 1609 Galileo progetta e costruisce il telescopio.

Nel 1646, ad Amsterdam, Athanasius Kircher costruisce una camera oscura gigante da disegno.

Le sue dimensioni sono tali che l’artista ed un suo aiutante possono lavorarvi dentro.

Kircker intuisce poi che il fenomeno della camera oscura può avvenire anche in senso opposto, cioè in proiezione, e ha l’idea della cosiddetta “lanterna magica”, un proiettore di immagini abbastanza simile a quello che sarà l’ingranditore per negativi, precursore del proiettore di diapositive e di film.

Athanasius Kircher - Lanterna Magica
Un ulteriore perfezionamento è opera, nel 1657, di Kaspar Schott, che costruisce una camera oscura composta da due cassette scorrevoli una dentro l’altra, dotate cioè di una possibilità di movimento che consente di variare la distanza fra la lente ed il piano di proiezione e quindi di mettere a fuoco.

Questo sistema continuerà ad essere utilizzato anche dopo la nascita della fotografia e sarà superato soltanto dall'introduzione del soffietto nella seconda metà del 1800.



Prendiamo in considerazione il fenomeno chimico di cui si è detto all’inizio. Era già noto agli alchimisti del tardo Medioevo che alcune sostanze annerivano o comunque cambiavano di colore in determinate situazioni.

Il fenomeno però risultava di difficile gestione perché non erano state chiarite le condizioni in cui il medesimo si verificava.

Ancora nel corso del XVII secolo, il noto scienziato irlandese Robert Boyle riteneva che l’annerimento che il clorato d’argento subisce in certe situazioni fosse determinato dall'esposizione all'aria e non alla luce.



Il primo a verificare con metodo sperimentale che l’annerimento di certe sostanze era dovuto alla loro fotosensibilità fu il chimico tedesco Johann Heinrich Schulze, professore di anatomia all’università di Altdorf, durante alcuni esperimenti con carbonato di calcio, acqua regia, acido nitrico e argento, scoprì che il composto risultante, fondamentalmente cloruro d'argento, reagiva alla luce.

Si accorse che la sostanza non si modificava se esposta alla luce del fuoco (ortocromatismo, contrapposto a pancromatismo ), ma diveniva rosso scura se colpita dalla luce del sole, esattamente come per la maggior parte delle pellicole e carte in bianco e nero diffuse fino alla prima metà del 1900 e basate sugli alogenuri argentici non modificati.

Nel 1725 ripeté l'esperimento riempiendo una bottiglia di vetro che, dopo l'esposizione alla luce, si scurì solo nel lato illuminato. A scopo di verifica e di conferma applica alla bottiglia sagome ritagliate nella carta, oppure foglie, osservando che al momento della loro rimozione è apparsa sul composto la sagoma chiara dell’oggetto applicato.

Naturalmente l’immagine della sagoma è temporanea, in quanto l’esposizione alla luce ne provoca in breve tempo il progressivo annerimento.

Chiamò la sostanza scotophorus, portatrice di tenebre. Una volta pubblicati, gli studi di Schulze provocarono fermento nell'ambiente della ricerca scientifica.

Alcuni anni più tardi, gli esperimenti del fisico italiano Giovanni Battista Beccaria provano in maniera definitiva che il fenomeno dell’annerimento è riferibile alle sostanze che contengono sali d’argento e che quindi è quest’ultimo elemento ad essere caratterizzato dalla proprietà di essere sensibile alla luce.

Inoltre scrisse un saggio su come utilizzare la camera obscura per aiutare nel disegno. L'immagine delle persone (situate al di fuori della camera oscura) veniva proiettata sulla tela posta al suo interno insieme al pittore (la camera oscura era una stanza piuttosto grande in questo caso) che cercava di ricopiarla.

Il metodo è molto simile a quello che è stato utilizzato nel disegno Retroscope nel settore dell'animazione all'inizio del ventesimo secolo. Il processo di utilizzo della camera oscura spaventava il popolo e Giovanni Battista dovette abbandonare l'idea dopo essere stato arrestato e processato con l'accusa di stregoneria.

Un tentativo di applicare praticamente il fenomeno della fotosensibilità per ottenere immagini viene attuato da Thomas Wedgwood, figlio di Josiah Wedgwood ed erede dell’omonima dinastia di ceramisti britannici.


Thomas Wedgwood

Thomas Wedgwood

Studente all'università di Edinburgo, sul finire del XVIII secolo effettua numerosi esperimenti utilizzando il nitrato d’argento per sensibilizzare dei fogli di carta ed ottenere su questi le sagome di oggetti appoggiati, in analogia a quanto già tentato da Schulze.

Realizza delle impronte chiare su carta o su cuoio, ma le stesse risultano osservabili soltanto alla fiammella di una candela in quanto la piena luce le fa inesorabilmente scomparire.

E’ costretto ad interrompere gli esperimenti a causa delle sue precarie condizioni di salute, che nel 1805, a soli trentaquattro anni, lo porteranno alla morte.

Nel 1802 il suo amico Sir Humphry Davy descrive i risultati ottenuti nel saggio Account of a Method of Copying Paintings upon Glass che viene pubblicato sul “Journal of the Royal Institution of Great Britain”.

Nello scritto viene specificato che Wedgwood non è ancora riuscito ad escogitare il metodo per interrompere il processo di annerimento, cioè per desensibilizzare la zona della carta non raggiunta dalla luce, anche se di recente l’esame di documenti facenti parte della corrispondenza dello stesso Wedgwood con James Watt ha portato alcuni a ritenere che ciò sia invece avvenuto.

Doveva tenersi il 7 aprile 2008 da Sotheby's ma l'asta è stata rinviata. Si tratta di un foglio di carta attribuito a Thomas Wedgwood con impressa una foglia d'albero. Finora si pensava che fosse un "disegno fotogenico" di Talbot ma una piccola W impressa in un angolo ha fatto ricredere lo storico della fotografia Larry Schaaf. Occorrerà anticipare la realizzazione della prima fotografia stabile a distanza di tempo di un ventennio.

Negli stessi anni, a cavallo fra il XVIII e i XIX secolo, hanno inizio gli esperimenti del francese Joseph-Nicéphore Niépce, esperimenti che si riveleranno di importanza decisiva.


A Joseph-Nicéphore Niépce è attribuita la prima fotografia della storia.

8 febbraio 2012

Guida ai filtri in fotografia digitale - Corso di Fotografia - Lezione 9

Il corso di fotografia online è estrapolato dal libro di fotografia intitolato "Manuale di Fotografia - Occhio, Mente e Cuore" in vendita a 3 euro in versione Ebook PDF.

Questo articolo fa parte del Corso di Fotografia Digitale Online.

Nella fotografia digitale è possibile applicare in post produzione gli effetti che prima si ottenevano solo in fase di scatto, ma nonostante questo i filtri sono ancora in commercio, questo perché alcuni di essi sono ancora utili e i loro effetti non sono ricreabili in Photoshop.

Filtri colorati

Difficilmente vedrete fotografi utilizzare filtri colorati, erano molto popolari ai tempi della fotografia analogica in bianco e nero, venivano impiegati prevalentemente dai fotografi paesaggisti per schiarire o scurire determinate aree dell’immagine, oggi è possibile ricreare al 100% il loro effetto con i programmi di post produzione.


In Photoshop basta andare su “Immagine -> Regolazioni -> Bianco e Nero” per iniziare a sperimentare subito come l’uso di questi filtri influisce sulle nostre immagini.

Filtro polarizzatore

Al contrario il filtro polarizzatore non può mancare nel corredo di un fotografo perché i suoi effetti non sono riproducibili con nessun software.

Serve a polarizzare la luce riflessa dalle superfici degli oggetti e dalle particelle atmosferiche, in sostanza rimuove i riflessi da tutte le superfici non metalliche e garantisce il massimo contrasto.

Toglie i riflessi indesiderati anche dalle superfici d’acqua, ma può anche dargli rilievo, basta ruotarlo per ottenere l’effetto che desideriamo. In entrambe le foto di esempio nella pagina seguente ho usato il polarizzatore, ma a seconda di come lo ruotavo i riflessi sulla superficie dell’acqua diminuivano o aumentavano, nella foto in cui il riflesso è attenuato è possibile vedere chiaramente il fondale.

Fotografando una vetrina col filtro polarizzatore possiamo evitare di venire riflessi su di essa, per questo motivo viene impiegato per fotografare quadri o altre opere protette da un vetro.

Senza filtro polarizzatore

Con filtro polarizzatore

Esistono due tipi di polarizzatori:

Lineari

Danno problemi se impiegati in combinazione con fotocamere che hanno il sensore dell’esposizione e dell’AF posti dietro elementi parzialmente riflettenti (come lo specchio).

Per evitare malfunzionamenti dell’autofocus e dell’esposimetro è consigliato usare il polarizzatore di tipo circolare.

Circolari

Come appena detto, sulle macchine fotografiche dotate di autofocus il polarizzatore deve essere circolare, esso viene montato sull’obiettivo, ruotandolo si possono ottenere diversi effetti visualizzabili direttamente dal mirino della reflex.


Questo filtro non ha effetto se scattiamo con il sole di fronte o alle spalle: dobbiamo stare tra 45° e 90° per ottenere dei buoni risultati, inoltre assorbe la luce di -2 stop circa.

Grazie al polarizzatore possiamo ottenere in ripresa una saturazione naturale dei colori, in modo da non dover forzare dopo in post produzione, questo effetto è dovuto all’eliminazione della luce riflessa. Nella fotografia paesaggistica servono a dare più profondità ai cieli azzurri e a separare più nettamente le varie tonalità di colore.

Foto scattata con filtro polarizzatore ed elaborata con Photoshop

Quest’ultima parte riguardante la migliore separazione delle tonalità di colore grazie all’uso del filtro polarizzatore è di notevole importanza nella fotografia paesaggistica in bianco e nero. vediamo subito perché grazie a un esempio realizzato scattando due foto con la medesima inquadratura e post produzione in bianco e nero, l’unica variabile che cambia è l’uso del filtro polarizzatore.

Foto con polarizzatore

Foto senza polarizzatore

Foto con polarizzatore convertita in bianco e nero

Foto senza polarizzatore convertita in bianco e nero

Ci tengo a sottolineare che l’esposizione negli scatti originali era perfettamente corretta, ISO 100 – F/13 – 1/40 sec. per quella col polarizzatore, ISO 100 – F13 – 1/160 per quella senza polarizzatore (la luce ambiente era quella del primo pomeriggio di una giornata estiva in Sicilia!).

Avendo una minor gamma di tonalità su cui operare nella foto senza polarizzatore, non si riesce a creare uno stacco in termini di luminosità e sfumature di bn tra le varie parti che compongono l’immagine, abbassando il “Blu” a -100 nel pannello HSL di Lightroom si è scurita l’intera foto.


Mentre nella fotografia in cui ho utilizzato il polarizzatore ho una tale gamma di tonalità su cui posso lavorare che abbassando il valore riguardante il “Blu” sono diventate scure solo alcune parti dell’immagine, ovvero il cielo, nuvole escluse, le quali sono rimaste sul bianco – grigio chiaro e alcune parti del mare.

Potevo addirittura creare maggiore stacco tra le varie sfumature del mare, cosa impossibile nella foto senza polarizzatore, dove non avevo la possibilità neanche di separarlo dal cielo.


Un’altra tipologia di filtro che non è possibile riprodurre con Photoshop è il filtro ND (neutral density). Il suo effetto consiste nell’alterare l’esposizione senza introduce nessuna dominante di colore, ne esistono diversi tipi e vengono denominati nel seguente modo: ND2, ND4 e ND8 ecc… questa classificazione è fatta in base alla riduzione della luce che riescono a provocare.


Questo filtro ha un’aspetto grigio scuro/nero, riduce la luce di uno stop il filtro ND2, di due stop ND4, di 3 stop ND8 e così via, la tabella elenca tutti i tipi di filtro neutral density e i relativi stop di riduzione della luce.

Ma perché ridurre la luce?

Esistono delle situazioni pratiche dove per quanto possiamo chiudere il diaframma o abbassare gli ISO la luce risulta sempre troppa, per esempio, quando vogliamo realizzare una foto con un tempo di esposizione molto lungo in pieno giorno.

Le foto che vedete sono ottenute usando un filtro ND1000.

Foto realizzata con filtro ND1000

Foto realizzata con filtro ND1000

Il mio filtro ND1000 è così scuro che fotografandolo mi vedo riflesso invece di vedere cosa c’è dietro di esso.

Filtro ND 1000

L’ultima tipologia di filtri che non possiamo riprodurre è quella dei GND (digradanti o anche graduati a densità neutra), come suggerisce il nome sono dei filtri che digradano dall’alto verso il basso, cioè sono trasparenti in basso e più scuri in alto, aiutano a equilibrare i cambiamenti di esposizione in una scena, per esempio in un paesaggio permettono di schermare maggiormente il cielo rispetto alla linea del terreno sotto l’orizzonte.

Filtro GND

È meglio usare quelli a lastra (esistono anche a vite) perché permettono di regolare l’altezza a nostro piacimento in modo da far combaciare il cambio di densità con la linea dell’orizzonte, sono molto utili per riequilibrare i livelli di luce di un cielo troppo luminoso e di un primo piano scuro, non vi è mai capitato che durante la foto a un paesaggio urbano o naturale gli alberi o i palazzi risultino correttamente esposti mentre il cielo risulti sovraesposto? Usando uno di questi filtri potrete risolvere il problema. State attenti che l’area scura non scenda sotto l’orizzonte perché l’effetto risulti naturale.

Foto senza GND

Foto con GND

Come potete vedere, nella seconda foto l’uso del filtro GND mi permette di mantenere una corretta esposizione sul mare e sulla spiaggia, evitando un cielo sovraesposto, ciò mi permette in post produzione un maggior spazio di manovra, lavorare su un cielo correttamente esposto è ben altra cosa che lavorare su un cielo che potrebbe presentare dei bianchi bruciati.

Nella prima foto, invece, in cui non ho montato il filtro GND, la fotocamera ha dovuto trovare un compromesso per regolare l’esposizione tra le varie parti dell’immagine, la differenza tra le due foto è abbastanza evidente.

Di filtri digradanti né troviamo due tipi soft e hard. Gli hard sono adatti per le linee di confine molto nette come quella del mare, mentre i soft hanno una sfumatura più morbida, adatta per esempio in caso di panorami montuosi o che presentano alberi, in sostanza tutti quei paesaggi che presentano una linea d’orizzonte non ben definita.

Filtro reverse graduated

Per i tramonti sul mare con sole frontale conviene usare i reverse graduated che sono dei soft al contrario, ovvero a metà lastra sono hard e sfumano a soft verso l’alto.

Filtro protettivo

Un filtro che non ha effetti sull'immagine ma che è comunque molto utile è il filtro protettivo che come suggerisce il nome serve a proteggere il nostro obiettivo da urti e graffi.

Se si decide di usarlo (nonostante il paraluce sia comunque una protezione per la lente frontale) consiglio di non risparmiare troppo poiché un filtro protettivo di scarsa qualità potrebbe influire negativamente sulla qualità dell'immagine.

Anelli adattatori filtri

Dopo aver analizzato i vari tipi di filtri c’è da fare una considerazione pratica, solitamente un fotografo non ha solo un’ottica e molto difficilmente esse avranno lo stesso diametro, quindi ci vorrebbe un filtro specifico per ogni obiettivo con un conseguente aumento delle spese, per nostra fortuna esistono degli anelli adattatori che ci consentono di montare lo stesso filtro su più ottiche di diverso diametro.

Se volete acquistare dei filtri fotografici vi consiglio la lettura del seguente articolo: 10 Filtri con relativi accessori dalle alte prestazioni e dal prezzo contenuto.